Dal diario di Blake Butler

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Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 30 settembre 2012, 16:19

Centrale di polizia di Hyak
Ufficio dello sceriffo Allen Berg
Rapporto in merito al caso n. 23: “Scomparsa del Sig. Butler”


26 novembre 2005

Faccio rapporto in merito alla scomparsa di Blake Adam Butler, di anni 22 (ventidue), nato il 12 agosto 1983 all “Hyak Hospital”.
Il padre (Alfred Butler) non l’ha ritrovato al suo ritorno da un viaggio di lavoro di quattro giorni. La madre (Bridgette Sanders) e la sorella (Carol Butler), residenti nello Stato di New York, non hanno idea di dove il ragazzo si possa trovare.
Il veicolo del Sig. Butler si trova ancora nella proprietà del padre. Supponiamo quindi che la sua non sia una fuga dalla famiglia. Sembra solo che il ragazzo sia sparito.
Durante la perquisizione della camera del Sig. Butler è stato trovato un diario sulla scrivania. Lo allego al rapporto come prova.

Lo sceriffo
Allen Berg




Tratto dal diario del Sig. Blake Butler



Giovedì, 17 novembre 2005

Inizio oggi questo “diario”, se così si può definire, per documentare i strani fatti che stanno accadendo e per accertarmi che tutto questo non sia solo una folle allucinazione autoindotta.
Prima di tutto, le presentazioni. Mi chiamo Blake Butler e vivo da pochissimo in una piccola cittadina chiamata Hyak, in Montana, a poche miglia dal confine canadese.
Dato che non credo che questo diario finirà mai nelle mani di qualcuno, non mi curerò della grammatica e dell’ortografia; e se questo dovesse succedere, significherà che io non potrò impedirne l’accesso e sarà un bene che qualcuno legga tutto questo. In caso riuscissi a sfuggire a questa tetra situazione, brucerò il diario e tutte le altre carte e fotografie raccolte. Ma non riesco pensare a un bel finale in questo momento!
Velocemente: la mia situazione familiare è un disastro. Ho sempre vissuto con mia madre e mia sorella minore dopo il divorzio dei miei genitori, avvenuto dieci anni fa’ (io ora ne ho ventidue), ma dopo la drastica decisione di mia madre di trasferirsi nello stato di New York ho deciso di tornare a stare da mio padre per qualche tempo, almeno finché non troverò un buon impiego e un appartamento tutto mio. Dovetti quindi trasferirmi da Snoquilme Pass (dove vivevo con mia mamma) a Hyak, dove abitavo in precedenza, distante quasi dieci miglia.
Non sono mai andato al college: i miei insegnanti dicevano che non ero portato per la scuola, che ero solo “forza lavoro”, “una schiena sprecata all‘agricoltura texana”. Poveri stronzi. Li detestavo tutti, quelli, e dopo il diploma giurai che non avrei mai più messo piede in una dannata scuola o università. Che poi non ho mai capito quella battuta sull’agricoltura texana, dato che ci troviamo completamente dall’altro lato degli Stati Uniti.
Sono riuscito a trovare cinque o sei lavoretti occasionali che non sono durati più di qualche mese. L’America, per chi non lo sapesse (ma dove sto andando a parare?), è in completa recessione. In pratica è quasi da un anno che sono a casa, disoccupato e senza un soldo.
Mio padre non ha preso bene il trasferimento della mamma. La considerava una follia - e io ero e sono totalmente d’accordo con lui. New York è…lontanissima. Io non potevo nemmeno pensare di trasferirmi laggiù, lasciare tutti i miei amici e andare nella “grande mela”. Mamma era convinta che avrei trovato lavoro molto più facilmente in città che ad Hyak o a Snoquilme Pass, ma non ha potuto fare nulla per portarmi con lei, dato che sono legalmente adulto e posso fare tutto quello che voglio (se mi sentisse mio padre!).
Ed ora eccomi qui, nella mia vecchia città, pronto a trovarmi un lavoro, con mio padre che mi alita tutti i giorni sul collo per vedere a che punto io sia con questa nuova “ricerca”, come lui la chiama. Detesto questa situazione. L’unico modo che ho per tenermi occupato è fare dei lavoretti attorno a casa: ridipingere la staccionata che circonda il cortile, spaccare la legna…ma sta iniziando a diventare troppo freddo. Per la maggior parte del tempo me ne sto in soggiorno, al caldo, a guardare porcherie e programmi insulsi sulla tv via cavo.
A ben pensarci, mio padre ha ragione a starmi attaccato!

Finiti questi deliziosi convenevoli (lo so, sono strano), arriviamo allo scopo di tutta queste righe d’inchiostro che spero mi risulteranno utili: devo tenere degli appunti su ciò che sta accadendo in questa città, sui miei sogni e su molte cose che non riesco a comprendere.
Sono ad Hyak da fine agosto - non ricordo esattamente la data, credo che il mio cervello voglia eliminare l’orrenda situazione claustrofobica che si era creata in casa prima della partenza di mamma. Mi sono chiesto innumerevoli volte la vera ragione per cui quelle due sono partite - mia sorella Carol era entusiasta di andarsene da quel buco che è Snoquilme Pass. Come dargli torto? É giovane - ha diciassette anni - è carina, in forma e pronta a tutto. Immagino che farà strada, anche se non voglio sapere attraverso quali vie…
Credo che mia madre abbia un compagno segreto o roba simile, altrimenti non avrebbe senso tutta questa fretta per New York; le decisioni sono state prese troppo velocemente e tutto mi è puzzato fin da subito. Io sono rimasto schiacciato tra due scelte. O tornare ad Hyak - e ad essere onesto non ho mai avuto un buon rapporto con mio padre - o seguire loro… verso qualunque destino mi avrebbe portato quel dannato viaggio.
Ho preferito rimanere. Hai la pellaccia dura, mi sono detto una settimana prima della partenza, e supererai anche questa. Quest’inverno guadagnerai qualcosa spalando neve e gettando sale sui marciapiedi (da noi nevica parecchio, ve l‘assicuro), poi in primavera troverai un lavoro, prenderai la tua Ford e te ne andrai in un appartamento tutto tuo.
Ah, dimenticavo della Ford. Me l’ha regalata mio padre per il diploma, e deve averla pagata qualcosa come centocinquanta dollari; credo sia più vecchia di me, ma almeno mi porta ancora in giro.
Quanto ho sognato (ad occhi aperti) di andarmene con quella vecchia carcassa e non fare più ritorno! E credo che sia quasi giunto il tempo. Tutti i miei buoni propositi - il lavoro, l’appartamento, magari una macchina nuova di zecca - sono finiti contemporaneamente all’inizio dei sogni…o meglio, al loro ritorno.

Ah, ma quanto sto scrivendo? Mi sta dolendo da morire il polso! E vedo che devo ancora iniziare a spiegare cosa sta succedendo. Immagino che un possibile lettore interpreti tutte queste righe come un cumulo di ciance senza senso, scritte male e a mano.
E mi chiedo se mai ci sarà un “lettore”! Nessuno entrerà mai in possesso di questo diario, o almeno lo spero, perché se qualcuno leggesse tutto ciò che ho da raccontare - e molte cose stanno accadendo proprio ora! - mi prenderebbe per un pazzo o un dannato maniaco!
Forse è meglio iniziare a parlare dei sogni.

Stop. Mio padre è rincasato. Proseguirò domani.
Ultima modifica di redrum1456 il 3 ottobre 2012, 23:00, modificato 1 volta in totale.
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 1 ottobre 2012, 21:19

Venerdì, 18 novembre 2005

Eccomi di nuovo qui. Ricontrollando gli appunti di ieri mi sono reso conto che erano mesi, se non anni, che non riempivo così tante righe senza interrompermi almeno una decina di volte!
Papà sembrava più irritato del solito. Fortunatamente hanno annunciato le prime nevicate entro la fine del mese (cosa insolita, dato che di solito novembre apre con i giardini ammantati di bianco) e oggi pomeriggio sono riuscito a farmi dare la concessione per sei viali da spalare a otto dollari l’ora. Non è molto, ma devo accontentarmi.
Dopotutto i ragazzini del quartiere spalano per meno soldi di me, e quindi ho dovuto giocarmela in altri modi. Cinque dei sei vialetti che devo tenere puliti devono essere sbrigati prima delle sei del mattino; i proprietari, i signori Smith, Dawson e Dobrowski iniziano a lavorare molto presto. Forse riuscirò a farmi dare un extra dal signor Olsen, ma ricordo fin da piccolo quanto è tirchio. E dire che il suo vialetto è il più largo di tutto l’isolato!

Ho sempre sognato molto - sia di notte che ad occhi aperti, come si suol dire. Da bambino sognavo il coniglietto di mia sorella, Mr Brice, saltellare nel prato dietro casa e condurre me e Carol in misteriosi e magici Luna Park pieni di fantastiche attrazioni; oppure c’erano delle notti in cui vagavo per la mia scuola con i miei compagni e amici giocando a palla. Molti di loro ora se ne sono andati in altre città, abbandonando Hyak, frequentando università e “donne” che li hanno incastrati in posti peggiori di questo - a mio parere.
C’erano poi gli incubi, orribili, da cui mi svegliavo in lacrime, cercando di trattenere quell’urlo che prepotentemente mi saliva dalla gola… a volte ci riuscivo; altre volte no. Eppure, era sempre Mr Brice ad apparire nei miei incubi. Mi ricordo di una notte - doveva essere dicembre del ‘92, o qualcosa del genere - in cui ebbi un sogno particolarmente vivido. Nevicava, e io mi trovavo scalzo e in pigiama nel cortile dietro casa mia. Era il crepuscolo, e la fredda e grigia luce invernale dava una sensazione surreale a tutto quanto. Parlo di “sensazione surreale” perché negli incubi in cui mi trovavo mi sembrava di essere realmente nel sogno! Parlando con i miei compagni capii di essere uno dei pochi ad avere incubi coscienti, dove capivo di star sognando… eppure non riuscivo a svegliarmi! E la sensazione era così vivida, talmente reale da risultare orribile! Ma perché parlo al passato? I nuovi sogni si sono tramutati in qualcosa di ancora più mostruoso… ma ne parleremo in seguito.
Proseguendo con l’incubo: nel sonno capii di star dormendo ma, come sempre non riuscii a levarmi di dosso quell’orrenda e fastidiosa sensazione di realtà. Come facevo ad essere veramente sicuro di essere in un incubo? Avevo veramente i piedi gelidi, sentivo la neve sciogliersi tra i miei capelli ricci, e quell’orribile sensazione di paura, di terrore che mi attanagliava le viscere era più forte che mai… come un morboso crampo all’intestino che scavava sempre più in profondità, il terrore si coltivava nella mia anima, convincendomi che tutto ciò stava accadendo per davvero. Forse non nella dimensione cosciente, ma in qualche altro luogo dannato e sconosciuto alle persone sveglie.
Mi guardai attorno concitatamente, chiedendomi cosa diavolo ci facessi lì a quell’ora, cercando Mr Brice o Carol, o mamma e papà, o qualcuno che potesse risultare familiare in quell’incubo. Eppure non vedevo nulla di rassicurante: mi voltai verso casa, in lacrime, e vidi che l’abitazione era vecchia e tetra. Quella non era casa mia… e stava arrivando la notte. In sogno, nel delirio o nell’incubo - difficile capirlo, soprattutto quando si hanno nove anni - capii che dovevo ritrovare la strada di casa. Inciampando nella neve fresca, arrivai a fatica sulla strada principale. Ma ad ogni passo che facevo la città intorno a me cambiava: le familiari abitazioni bianche dagli infissi verdi diventavano malignamente grigie, mentre le siepi basse, curate e ricoperte di neve crescevano a dismisura, diventando orribilmente incolte, lunghe e spente e nere e assomigliando sempre più a piante cresciute in qualche orribile e fetido buco nelle profondità della terra, dove la luce era ormai un lontano ricordo, quasi dimenticato. Raggiunsi la strada in lacrime, chiamando a gran voce mia madre, ma lei non era lì… e la cosa peggiore era che io sapevo che non sarebbe mai arrivata.
Mi accorsi subito che la strada non era più asfalta, ma lastricata di grossi ciottoli, come in un antico villaggio fiabesco. Anzi, guardandomi attorno, concepii la realtà - o meglio, il sogno: quella non era la Hyak del ‘92.… era la stessa città, lo stesso paese cinque o seicento anni prima. Vidi un pozzo gelato tre giardini più avanti, mentre i fili elettrici che attraversavano pericolosamente la strada erano scomparsi.
Il vento faceva cigolare le imposte malandate delle casette gelide e oscure. Ho sempre amato l’inverno, ma quanto lo detestai, quella notte! Rimasi immobile, al freddo e al gelo, per un tempo infinito. Cercai di svegliarmi in ogni modo: contai fino a dieci e a ritroso, schioccai le dita, chiamai la mamma finché il freddo me lo permise. Quando la notte scese la mia paura esplose: corsi verso casa, quella che doveva essere casa mia, ma scoprii con orrore che la porta era sprangata dall’esterno. Provai a battere i pugni sulle assi malandate, ma quel suono cupo e ovattato mi riempiva l’anima e il cuore di terrore. Saltai sulla veranda, rischiando di sfondarla, urlando con quanto fiato avevo, perché volevo solo svegliarmi nel mio letto!
Non potevo più resistere lì, senza fare niente, a piedi nudi e in pigiama: mi avviai lungo la strada verso quella che doveva essere la cittadina di Snoquilme Pass. Vedevo le luci in lontananza, come se enormi fari la illuminassero dal basso verso l’alto… non capii che questo era impossibile, dato il periodo storico in cui ci trovavamo. Ma quale mistero sono i sogni! E quali terrori nascondono gli incubi! Nel corso dell’adolescenza li scoprii quasi tutti… ma non mi allarmai.
Camminando verso Snoquilme Pass vidi un uomo dirigersi verso di me, vestito pesantemente per l’inverno. Ai piedi portava degli scarponi vecchi e logori, spessi pantaloni di lama e una camicia da boscaiolo. Una grossa sciarpa bitorzoluta ricopriva gran parte della sua faccia gialla e butterata ma sbarbata, mentre un grosso colbacco gli fungeva da copricapo.
«Non è il tuo luogo» ricordo che mi gridò, emanando una fumosa nuvola biancastra dalla bocca e sputacchiando saliva giallastra. «Tornatene alla tua dimensione, bamboccio. Alla tua, alla tua, ALLA TUA!» L’uomo tentò di afferrarmi con le sue innaturali lunghe dita artigliate, ma sembrava impacciato dai suoi stessi movimenti. Indietreggiai, terrorizzato e balbettante.
«Vuoi il tuo coniglio? Eccolo!»
L’orrendo uomo estrasse Mr Brice dalla pesante camicia di flanella a scacchi rossi, tenendolo per le orecchie. Vidi la piccola e indifesa creatura che si dimenava disperatamente, cercando di scappare; i suoi occhi rosa erano appannati dal terrore. Un barlume di gioia si accese dentro di me alla vista dell’amato coniglio. Col senno di poi, credo ci avergli voluto bene più di Carol… anzi, ne sono sicuro.
«Ecco il tuo coniglio! Eccolo!» L’uomo iniziò a colpire Mr Brice a pugno chiuso, mentre con l’altra mano lo teneva sempre per le orecchie.
Il terrore, l’orrore e il delirio di quell’incubo vennero sostituiti ben presto da una folle e sanguinosa rabbia: avrei ammazzato volentieri quel bastardo sul posto, se solo fossi riuscito a muovermi. Ma più l’uomo colpiva Mr Brice, più la distanza tra noi aumentava, finché non fu che un lontano punto nella notte ormai inoltrata… ma sentivo debolmente i lamenti della povera creatura… e sapere di non poterlo aiutare mi riempii di disperazione.
Allora mi sveglia piangendo, tremando, mentre finalmente potevo liberare una volta per tutte quell’odioso urlo di paura e rabbia che mi costringeva la gola. Ricordo ancora lo spavento che feci prendere ai miei genitori, già sulla via della separazione - dormivano in camere separate. Fu’ una delle poche volte che non seppi trattenermi dall’urlare.
Fortunatamente gli incubi che ricordavo risultavano essere stranamente pochi. Molte volte sapevo di aver sognato qualcosa di orripilante - lo dimostrava il mio cuscino umido di lacrime - ma conservavo poche immagini confuse di quelle notti… per fortuna. Lentamente gli incubi diminuirono di intensità durante gli anni successivi.
Mr Brice visse fino al 1998 e morì poco dopo il mio compleanno, il sedici agosto. Ricordo che lo seppellimmo in giardino, a Snoquilme Pass - vivevo lì da tre anni ormai - e da quel giorno non lo sognai più, e forse fu’ una benedizione.
Fu con la morte del povero coniglietto che iniziò una nuova ondata di terrori notturni.
Sento la porta aprirsi. Papà è tornato. Proseguirò dopo, forse, o sicuramente domani. Ultimamente sto dormendo piuttosto male. Anzi, non sto dormendo
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 2 ottobre 2012, 22:58

Domenica, 20 novembre 2005

Ho preferito saltare un giorno dalle mie annotazioni e prendermi l’intera serata per poter proseguire con calma. Questa notte papà partirà per lavoro e resterà fuori di casa fino a venerdì. Sebbene apprezzi tutto questo - non averlo attorno per quattro giorni sarà una benedizione al mio cervello - non è proprio il periodo giusto per rimanere da solo a casa. Ma come posso spiegare cosa mi sta succedendo se prima non finisco di raccontare la mia “vita notturna” o “onirica”, se così posso definirla? O sono solo io che crede che qualcosa sita effettivamente succedendo? Non me lo so spiegare. Non voglio parlarne con mio padre, non mi crederebbe, e non ho più nessuno vicino a me: mia madre e mia sorella se ne sono andate, non ho una ragazza, e quelli che definisco “amici” mi riderebbero dietro. Bei amici, eh?

Come avevo già iniziato a spiegare venerdì, a sedici anni gli incubi ricominciarono. O meglio: iniziai di nuovo a ricordarli.
I miei sogni, quel periodo, si incentravano sui classici argomenti adolescenziali che tanto mi facevano ammattire da sveglio: ragazze, scuola, ragazze, scuola e ancora ragazze. Praticamente ogni notte era un esplosione di ormoni, se così posso definirla; ma non voglio entrare in imbarazzanti e inutili particolari.

Gli incubi iniziarono in agosto del ’98 e proseguirono fino alla fine di dicembre, svanendo qualche settimana dopo capodanno. Fu molto curioso, ma mia madre attribuì le mie tormentate notti alla morte di Mr Brice, che se n’era andato qualche giorno prima dell’inizio di questa nuova “fase”.
Non sapevo cosa pensare, dato che i miei incubi non erano più incentrati sul coniglio, ma su due ragazze che frequentavano la mia stessa scuola. Andavamo alla Hyak High School, che raccoglieva sia gli studenti di Hyak che di Snoquilme Pass.
Non so perché proprio loro. Non ero mai stato attratto da nessuna delle due; non le trovavo carine, non erano il mio tipo. Una si chiamava Madison Qualcosa - non ricordo il cognome - una tappetta bionda dal viso anonimo. Dell’altra ragazza non sapevo nemmeno il nome, ed era passata presto nel dimenticatoio. Di lei ricordavo solo i lunghi capelli mori.
Non le vedevo entrambe da un mese - dalla fine della scuola - eppure ecco che una notte apparvero nei miei beati sogni… non sapevo che quello sarebbe stato il primo degli incubi che mi avrebbero perseguitato fino alla fine dell’anno.
Di quella prima notte non ricordo molto. Solo io che provavo a svegliarle, mentre loro, completamente nude, fingevano di dormire a faccia in giù nel mio letto. Durante l’incubo avvertii la familiare morsa di inquietudine che avevo imparato ad attribuire ai miei incubi infantili, e mi svegliai quasi subito, nel cuore della notte, con i piedi gelidi, la fronte fradicia e gli occhi sbarrati. Non riuscii più a dormire, chiedendomi perché avessi sognato quelle due sconosciute in una situazione simile… una situazione molto imbarazzante sia per me che per loro. Mi chiesi anche se nel mio sogno loro fossero addormentate o morte.

Per tutto agosto sognai solo questo: due corpi nudi, morti, pallidi. Due sconosciute con cui non avevano nemmeno parlato morte nel mio letto. Tutto ciò mi irritava e mi spaventava, dato che non capivo perché tutto ciò stesse succedendo a me. Fu per quello che ne parlai con mia madre, anche se omisi alcuni particolari del mio incubo per non dover sopportare il disgusto che, immaginavo, il suo viso avrebbe trapelato nei miei confronti. Le dissi solo che sognavo spesso di risvegliarmi assieme a due cadaveri, escludendo la loro identità e il loro stato. Fu il momento in cui lei mi disse che stavo soffrendo per la perdita di Mr Brice - mia sorella se n’era già dimenticata - e per questo facevo sogni sulla morte. Io non volli crederle, perché non compariva nessun dannato coniglio in quegli incubi!
Tra settembre e ottobre le cose peggiorarono. Con il ritorno a scuola rividi le due ragazze e il mio cervello - o quello che era - poté dare nuovi perversi dettagli al mio incubo. Vi fu solo un miglioramento: almeno non eravamo più a letto e le due ragazze erano vestite. Ma se da una parte potevo rilassarmi, dall’altra la repulsione verso me stesso crebbe, perché ora si scopriva chi era l’artefice della morte delle due. Per due mesi vidi me stesso, nella dimensione fiabesca di Hyak, aggirarmi per le strade con un ascia, cercando disperatamente “qualcuno”. Nevicava, non c’erano luci alle finestre, e tirava un forte vento che contrastava la mia direzione. Vagavo disperatamente in quel cupo villaggio, aggirandomi come un anima in pena, sentendo che il mio obbiettivo era vicino… e quando finalmente vedevo in lontananza due piccole figure umane, mi fermavo. Mi fermavo, e annusavo l’aria fredda della notte, cercando tracce delle mie prede, senza trovarne. Ero peggio di un animale, lo sapevo, avevo perso quel poco di umanità che questa parola concede alla razza che abita il nostro pianeta.
E sentivo le loro grida. Nonostante io fossi lontano - le ragazze dovevano essere a più di cento metri da me - le riconobbi, e riconobbi subito le loro suppliche… mi pregavano di star loro lontano, di non far loro del male, per pietà, ti prego, non farlo, non farlo, ti supplico…
Tutto questo lo sento ancora oggi, seduto alla mia piccola scrivania a raccontare tutto su questo libricino sgualcito. E allora mi svegliavo, artigliando il copriletto, mentre con una mano stringevo qualcosa… come un immaginario manico d’ascia… e mi chiedevo perché desideravo la loro morte. E tremavo, la fronte in fiamme, come in preda ad una forte febbre, cercando di trattenere quel grido che avrebbe risvegliato la casa. E per due mesi andò avanti così, fin quasi a metà novembre, quando una notte non mi svegliai, e le loro preghiere divennero talmente reali, talmente potenti, che in sogno ghignai, perché capii che non avevano più scampo, che si sarebbero fatte prendere. Levai l’ascia, sentendola straordinariamente leggera tra le mie mani, mentre l’adrenalina irrompeva nelle mie vene, accelerando i battiti del mio cuore e creando un leggero strato di sudore sulla mia fronte nonostante il freddo. Ero a pochi metri da loro quando mi vidi riflesso sull’unica finestra non sbarrata della cittadina… finestra che, d’altro canto, non avevo mai visto prima - cosa curiosa i sogni, eh?
E ciò che vidi nel riflesso mi lasciò svuotato. Perché non ero io… non ero io! Il riflesso mostrava chiaramente l’orrendo tizio butterato che aveva massacrato di botte il piccolo Mr Brice anni prima! Mi svegliai tremando come al solito, con la fronte in fiamme, sudato fradicio, ma con la sensazione di essere arrivato a capo dell’enigma. Tuttavia i sogni non si fermarono, anche se continuarono a interrompersi nello stesso punto fin dopo Natale, quando l’incubo raggiunse il culmine.
Erano ormai mesi che faticavo ad addormentarmi, aspettando con una sorta di ribrezzo il momento in cui i miei occhi si chiudevano praticamente da soli dalla stanchezza. Eppure il ventisei dicembre mi addormentai serenamente, forse cullato dalla felicità che il Natale mi portava ogni anno.
Fu l’incubo peggiore che ebbi da mesi, perché mi resi subito conto che qualcosa non andava… non c’era nessun ascia tra le mie mani, e inizialmente questo mi rincuorò non poco. Ma poi mi accorsi che ero in pigiama… scalzo, sentivo i piedi gelidi. Ed era ovvio, dato che stava nevicando piuttosto pesantemente. Un vento gelido soffiò tra due case, investendomi. Ero nella strada principale di Hyak, Mein Street. Nonostante mi fossi trasferito da qualche anno, i miei incubi riguardavo - e avrebbero riguardato anche in futuro - solo questa cittadina. Non credo di aver mai sognato Snoquilme Pass in ventidue anni.
Era notte, e mi guardai attorno nell’oscurità, sperando di riconoscere qualcosa, ma l’assenza completa di luce mi lasciò solo e disorientato nell’oscurità. Mi strinsi le braccia attorno al corpo per riscaldarmi, come un bambino. Ciò che più mi terrorizzava era che quello che stavo vivendo era molto più reale di tutti gli incubi degli ultimi mesi… era come se fossi realmente lì, in qualche altra dimensione, al freddo, nella notte, ad attendere qualcosa che forse era meglio evitare. Cercai di svegliarmi, ma era come se qualcosa mi stesse tenendo ancorato a quella realtà fasulla.
Non chiamai la mamma - avevo sedici anni, maledizione - ma sapevo che dovevo fare qualcosa, non potevo rimanermene lì come un imbecille.
La neve ormai mi arrivava fino al ginocchio. Iniziai a correre verso il centro, a nord, sperando di incontrare qualcuno che potesse darmi una mano. Il vento gelido ululò ancor più violentemente tra le case, facendo sbattere le imposte con un tonfo sordo, trasformando le sue folate in un coro di voci non umane. Questo bastò per mettermi le ali ai piedi. Corsi lungo la strada tra la neve alta, sentendo sulle mie ormai insensibili piante dei piedi le forme rotonde dei ciottoli che formavano la strada. Ero di nuovo indietro, ero tornato nella forma spaventosa del mio incubo infantile…
Quasi mi aspettavo di vedere Mr Brice attraversare la strada, confondendosi nella neve.
E allora sentii un grido, un grido che riconobbi subito, dato che erano mesi che lo udivo nei miei incubi, ma mai mi era sembrato così reale come in quella notte eterna. Dovunque fosse, era stata una delle due ragazze a lanciare quel grido, quell’unico mezzo di comunicazione per estraniare il suo terrore.
«Dove sei? Dove siete?» gridai, per farmi sentire in mezzo a quel frastuono. Il vento sembrava impegnato a trattenere le mie parole, perché non udii nessuna risposta. Ripresi a correre lunga la via principale, scivolando sui grossi ciottoli, sperando di raggiungere le due ragazze. Forse loro avrebbero potuto aiutarmi ad uscire da quell’incubo.
Finalmente le vidi, in lontananza. Stavano correndo lungo la mia stessa direzione, sfuggendomi.
«Ferme!» gridai, cercando di sovrastare l’urlo del vento. Le imposte sbatterono ancora, esattamente nello stesso momento in cui aprii bocca, e le due ragazze continuarono imperterrite.
«Ferme! Fermatevi! Dovete aiutarmi!»
Fu inutile. Le due continuarono a correre, arrancando nella neve che cadeva sempre più spessa.
Bestemmiai, furioso. «Non voglio farvi del male! Voltatevi! Voltatevi, maledette idiote!» tuonai, sperando di farmi notare, correndo dietro a loro. E successe. Finalmente una si fermò, trattenendo l’altra per un braccio, e voltò la testa da una parte e dall’altra.
«Dietro! Dietro di voi!»
Le due si voltarono, e persino da quella distanza - dovevo essere quasi cinquanta metri dietro di loro - riuscii a vedere la loro espressione stupita e confusa. Una delle due - mi sembra Madison - cercò di urlarmi qualcosa, ma non riuscii a capire niente. Il vento aumentò ancora d’intensità, sollevando le neve in grossi mulinelli e nascondendo le due alla mia vista.
«Aspettatemi lì! Ferme!»
Corsi verso di loro, attraversando la neve che danzava nell’aria, e finalmente le raggiunsi. Restai di sasso trovandomele davanti in camicia da notte, dato che nei miei sogni erano sempre vestite di tutto punto.
La ragazza mora stava piangendo, due strisce quasi congelate che solcavano le guance. «Dove ci troviamo?» mi chiese, tra i singhiozzi. «Chi sei?»
Io non riuscii nemmeno a parlare data l’assurdità della sensazione, ma la bionda parve prendere in mano la situazione. «Dobbiamo fuggire! Subito!»
«Cosa stai dicendo?» chiesi io, confuso. Perché non capivano che sarebbe bastato svegliarsi?
«Ormai ci ha quasi preso! Dobbiamo andarcene!»
La bionda prese l’altra per un braccio e la trascinò a forza nella neve, mentre quella si teneva la camicia da notte avvinghiata al corpo per non farsela sollevare dal vento.
«Fermatevi!»
Le raggiunsi e afferrai la bionda per un braccio. «Non capite che è solo un sogno! Dovete svegliarvi!»
Lei mi schiaffeggiò. Sapevo che tutto quello non poteva essere reale, eppure mi fece male per davvero, nonostante il freddo avesse reso insensibile il mio viso. «Non mi frega un cazzo se questo è un sogno! Voglio solo andarmene! Quel bastardo ci sta inseguendo da mesi!» mi urlò in faccia. Poi scoppiò anche lei in lacrime e si accasciò su se stessa, finendo tra la neve. «Non ce la faccio più! Perché io? Perché noi?!»
Fissai quelle due, per terra. Sapevo che erano solo una proiezione della mia mente, ma in qualche modo dovevo aiutarle per aiutare me stesso. E poi ero stufo di tutto quel freddo e quei piagnistei. Volevo svegliarmi, non ne potevo più di quei sogni.
Mi passai una mano fra i capelli, facendo cadere parecchia neve. «Forza, andiamocene da qui. Mi sveglierò presto… in qualche modo»

Ancora oggi mi chiedo perché ho avuto quella conversazione con loro. Dopotutto erano solo una proiezione della mia mente, che per chissà quale motivo insisteva ad accorparmi a loro nei miei incubi.
Ma c’era qualcosa di diverso. Forse era il vento, così gelido da sembrare reale? O forse era la neve, che al tatto lasciava davvero le dita ghiacciate? O forse erano i miei piedi, che ormai mi sembravano due pezzi di ghiaccio e che sembravano in procinto di staccarsi dal mio corpo come un ghiacciolo fa’ da una grondaia? Non so cosa fosse, ma quel sogno era davvero reale… ormai non capivo più se dovessi svegliarmi o addormentarmi, per poter tornare nel mio maledetto letto caldo.

Bastarono quelle parole per dare una scossa alla ragazza.
«Perché tu dovresti svegliarti? Sono io che sto dormendo! Semmai mi sveglierò io, ora! Non tu!» mi gridò, frustrata, mentre le lacrime parevano ghiacciarsi sulle sue guance come piccoli diamanti liquidi. «Smettila di dire stronzate!»
Rimasi basito da quel comportamento, ma feci finta di niente. Tanto lei era solo nella mia mente, e non sarebbe successo nulla anche se le avessi detto di tenere chiusa quella dannata boccaccia.
«Avanti, andiamoce…»
Non finii mai quella frase. Nel buio non vidi ciò che successe, e il vento avrebbe impedito di sentire qualunque altro rumore. Ma udii il grido della ragazza mora a terra, e un innaturale luce giallastra invase l’aria, come portata da qualcuno. Perché effettivamente qualcuno era arrivato.
L’ascia si era abbattuta a terra e l’uomo era con la schiena china, ma capii subito che era l’orrenda creatura giallastra dal viso butterato che aveva inseguito le ragazze per mesi e mesi.
«Eccole qui! Eccole qui!» cantilenò l’essere, rialzandosi. Lo ragazza mora continuava ad urlare, mentre una grossa macchia di sangue si allargava sotto al suo ginocchio, dove ora finiva la sua gamba. «Pensavate di sfuggirmi, puttanelle? Ve la insegno io, la lezione!»
L’ascia si abbatté di nuovo, spaccando la spalla destra alla ragazza e sprofondando solo di qualche centimetro nell’osso.
La bionda urlò, terrorizzata. Io riuscii solo a rimanere fermo, impietrito da quella situazione assurda e terribile.
Svegliati, maledetto, svegliati!
«Non mi sfuggirete, puttane! Non a casa mia! Non nel mio mondo!»
L’uomo - o meglio, la creatura - cavò l’arma dalla spalla con un disgustoso risucchio, una specie di SWIUUMP che ricordava uno scarpone tolto a forza dal fango. Temetti di vomitare, ma mi tratteneva sapere che dopotutto stavo “solo” sognando. La creatura diede un calcio in faccia alla mora, che cedette e si accasciò a terra, gli occhi sbarrati, biascicando parole incomprese.
«Tu sarai mia» sibilò il mostro, indicando la bionda Madison con il manico dell’ascia. Lei alzò una mano, mormorando parole sconnesse. La neve ci arrivava quasi alla vita, ormai, e se l’essere pareva muoversi agilmente su quella superficie, noi - io, almeno - non riuscivo a sollevare un muscolo. L’ascia calò di nuovo, andando ad abbattersi sul viso di Madison, facendolo sparire tra spruzzi di sangue, cartilagini deformate e denti cadenti.
E per la prima volta gridai, perché un getto di sangue incredibilmente caldo mi investì, colpendomi al collo, risvegliandomi da quel magico torpore. Mi voltai e tentai di correre tra quella neve fresca e farinosa, risultando impedito come nelle sabbie mobili.
«Ehi, no! Tu, no! NO!»
Sentii il colpo alla schiena dopo meno di due metri. L’ascia si scavò un debole passaggio tra la carne sotto la mia spalla sinistra, affondando. Urlai, urlai di un dolore che non avevo mai sentito. Il sangue caldo mi inzuppò lo spesso pigiama. Caddi riverso e terra, tra la neve, mentre l’ascia si cavava dalla mia spalla procurandomi una nuova lancinante fitta di dolore.
La creatura fu subito sopra di me.
«Non puoi fottermi… non nel mio mondo. Non provarci nemmeno, bastardo» sibilò nel vento. Vidi con la coda dell’occhio la povera Madison muoversi a scatti, in preda alle convulsioni, distesa a terra. La creatura la guardò, ghignando. Solo allora mi accorsi che quell’essere si era gradualmente trasformato. Sul viso giallastro il naso e la bocca si erano fusi in un unico piccolo becco ricurvo; le mani si erano trasformati in tre artigli color dell‘avorio, in cui stringeva l’ascia in modo poco coordinato. Il suo fisico, sotto la grossa camicia a scacchi rossa, si era oltremodo ingrossato.
«Vattene» gracchiò la creatura, voltandosi lentamente a fissarmi. «VATTENE! VATTENE!»
E fu allora che finalmente mi svegliai, facendo esplodere quel grido di terrore che reprimevo da ore.

Feci prendere un gran colpo a mia mamma e a mia sorella, e non riuscii più a dormire per due giorni. Quando finalmente presi sonno, il ventotto dicembre, i miei incubi erano ritornati allo stadio precedente e cominciarono ad appannarsi… e colsi questo miglioramento con immenso sollievo.

Due settimane dopo gli incubi cessarono, come se, con la mia morte onirica, quell’orrida creatura avesse deciso di lasciarmi in pace.

Il febbraio successivo rividi le due ragazze. E, per la prima volta, mi osservarono… come se fosse il nostro primo incontro. Notai tutto questo con sorpresa, perché loro non potevano sapere nulla dei miei sogni… e di tutto ciò che era successo in quei mesi, dato che non l’avevo mai raccontato a nessuno. Eppure notai una strana ombra nei loro sguardi, una strana occhiata, paura, forse?
Non ho mai parlato con loro, e non avrebbe nemmeno avuto senso farlo. Anzi, sembrava quasi che facessero di tutto per evitarmi. Bah, valle a capire, le donne!

Proseguo dopo, un attimo di pausa al mio polso indolenzito

(continua)
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 3 ottobre 2012, 22:50

(continua da: 20 novembre 2005, seconda parte)

Riprendo a scrivere ora.
Sono le undici e quarantacinque minuti; mio padre parte fra quasi tre ore.
Rileggendo le annotazioni scritte fin’ora (sono circa quindici pagine) tutto questo mi ricorda quasi Nightmare, quel film dove Freddy Krueger insegue e uccide le sue vittime negli incubi. Forse tutto questo sta accadendo per un autosuggestione? Magari vedendo quel film ne sono rimasto impressionato… No, non credo sia questa la risposta. Anche perché non sono ancora rimasto ucciso! Ah! Ah! Ah! (risata idiota)

Fino ad’ora ho fatto solo tre incubi vividi, dove ero convinto di trovarmi nella realtà invece che in sogno. Uno fu’ quello in cui l’uomo picchiò Mr Brice, all’età di nove anni. Il secondo fu’ quello dove rimasi ucciso - e dove morirono le due ragazze; il terzo è successo qualche giorno fa’, ed è stato uno dei motivi per cui ho iniziato queste annotazioni.

Per “sogni vividi” non intendo “sogni lucidi”. Spieghiamo brevemente la differenza. In un sogno lucido io sono cosciente di star dormendo: quindi, se riesco a non svegliarmi all’apprendimento della notizia, posso governare il mio sogno come mi pare e piace. Tuttavia questi sono molto instabili ed è facile perderne il controllo. Possono essere più o meno reali, ma ci si accorge di star sognando da pochi e semplici particolari: le dita delle mani non sono mai cinque, ma tre o sei o sette. L’orologio non segna mai un ora esatta e tappandosi il naso si respira comunque. Tutto questo fa’ capire di trovarsi in un sogno e avvia la partenza al cosiddetto “sogno lucido”.
Quelli che io chiamo “sogni vividi” - un termine coniato appositamente per i miei sogni - sono i sogni in cui si confonde realtà e incubo dato che trovarsi nel primo è in tutto e per tutto uguale che trovarsi nel secondo. Sembra di essere svegli, ed è praticamente impossibile potersi svegliare. Non so se questo sia davvero possibile, ma per me è così. Forse sono l’unico che può fare una del genere.
Non consiglio a nessuno un esperienza simile. Bello o brutto, un sogno è sempre un sogno. Basta svegliarsi - a volte anche troppo velocemente - per farlo smettere. In queste mie tre esperienze di sogno vivido non avevo la possibilità di svegliarmi. Potevo solo aspettare che qualcosa mi lasciasse andare. Orribile.

Questi sogni vividi indicano qualcosa, la fase calante o crescente degli incubi e della loro violenza, credo. Se le altre volte l’intensità dell’incubo è cresciuta fino ad arrivare al culmine con un sogno molto vivido, quest’ultima volta è stata diversa.
Non ho più avuto incubi sulla realtà fiabesca di Hyak dal gennaio del ‘99 - gli incubi normali, confusi e un po’ pazzi ci sono sempre ma quelli non sono nulla al confronto - e speravo, o meglio, credevo, che finalmente tutto si fosse sistemato. Ma dopo il mio ritorno a Hyak tutto si è di nuovo avviato… come se un cambiamento contribuisse a oliare quegli ingranaggi che mettono in moto la macchina per l’incubo. Fortunatamente furono pochi i cambiamenti significativi che riavviarono le fasi: credo che a novi anni fu’ tutto causato dal disfacimento del matrimonio dei miei; a sedici la morte di Mr Brice; ed ora la partenza di mia madre e Carol per New York.
Questa volta, però, la nuova fase dev’essersi avviata direttamente al massimo della sua potenza. Voglio raccontare l’ultimo dei tre sogni vividi che ho fatto, cosicché da trarre una conclusione e poter capire se i sogni sono in qualche modo collegati a ciò che mi sta accadendo… del perché io non riesca più a dormire da giorni.

Quella notte impiegai parecchio ad addormentarmi. Sudavo ma ero ghiacciato dentro, ed ero convinto di essermi ammalato di qualche nuova forma di influenza.
Quando finalmente scivolai nel sonno capii subito che cosa era successo. Lo capii dalla neve. Perché ero in casa mia, ma fuori stava nevicando. Ero completamente vestito, e sentivo molto caldo. Guardandomi allo specchio del soggiorno vidi che ero vestito pesantemente - sciarpa, cappello e pantaloni di lana, una spessa giacca a vento e un paio di robusti scarponi da montagna. Volevo essere sicuro di essere io: mi tolsi il berretto e mi passai la mano fra i capelli scuri e ricci.
Mi sembrava di essere sveglio, e provai a tapparmi il naso per vedere se stavo dormendo, come consigliato in alcuni forum che avevo consultato in rete per far fronte a un esperienza simile.
Niente. Cioè, non potevo respirare. A questo punto mi chiesi se davvero stavo dormendo. Perché dopotutto ero in casa mia, al caldo, mentre fuori nevicava esattamente come in tutti gli inverni della mia vita.
Mi bastò pensare a questo, che mi accorsi della temperatura gelida che regnava in quella casa che d’un tratto mi sembrava tetra e ostile. Fissai di nuovo lo specchio, trovandolo crepato e coperto da un sottile strato di polvere. La luce nella stanza era diminuita… se mai c’era stata. Fissai il soffitto e vidi un candelabro arrugginito dondolare sinistramente nella tenebra che ricopriva quella casa. Tutti i vestiti di questo mondo - o meglio, di “quel” mondo - non sarebbero riusciti a riscaldarmi dalla fredda consapevolezza di star sognando e di non poter svegliarmi.
Mi diressi in cucina, dove enormi pentole contenente qualcosa di verdastro riposavano sopra una grossa stufa spenta che non avevo mai visto. Uno spesso tavolo di legno tra due panche occupava il poco spazio rimanente.
Mi diressi verso la porta, deciso a uscire da quella casa che non era mia e che mai lo sarebbe stata; perché lì abitava qualcuno - o qualcosa - di cui era meglio non conoscere nome e fattezze. Non so come sapevo tutto questo. La porta era sbarrata dall’esterno, proprio come nell’altro mio sogno.
Nelle tenebre del soggiorno e della cucina trovai curiosamente le finestra sbarrate. Strano, dato che poco prima avevo visto la neve cadere proprio da lì. Presi a spallate la porta inutilmente; anzi, mi feci anche male alla spalla.
Mi stavo massaggiando il braccio quando udii per la prima volta gli scricchiolii al piano superiore. C’era qualcuno in casa, oltre a me, e dovevo averlo svegliato tentando di sfondare la porta.
Screeeek.
Screeeeeeeeek.
Era come se qualcuno stesse passeggiando lentamente nella camera, aggirando il letto, magari, come soleva fare mia madre.
Screeeeek.
Screeeeek.
Altri due, poi altri due ancora.
Dentro di me l’agitazione crebbe. Sapevo che dovevo andarmene subito, prima che l’abitante della casa scendesse ad accogliere l’ospite.
Screeeeek.
Screeeeek
Screeeeek.
Mi gettai contro la porta disperatamente, con tutte le forze possibili, noncurante del dolore che mi stavo procurando… anche perché se davvero era un sogno, perché sentivo tanto dolore? E perché quell’ansia, quella sensazione di soffocamento che mi impediva di deglutire come si deve?
Screeeeeek.
Screeeeeek.
Toc.
Sussultai. Perché quel “toc” significava un’unica cosa: quel qualcosa che passeggiava per la camera aveva raggiunto la soglia in legno massiccio e l’aveva superata, toccando le spesse assi di legno del corridoio. Ma come facevo a sapere queste cose?
Toc.
Toc.
Toc.
Iniziai a sudare freddo, mentre un leggiero tremore invadeva le mie membra. Tutto, ma non questo. Non potevo farmi trovare, semplicemente non potevo.
Toc.
Toc.
Mi scagliai contro la porta un ennesima volta, e una grossa scheggia di legno schizzò dalla serratura, colpendomi. Sapevo che la porta si apriva verso l’interno, ma avrei morso via le assi pur di scavarmi un uscita per Main Street.
Toc.
Toc.
Speravo che quel corridoio fosse lungo, che fosse infinito. Rinvigorito dalla scheggia di legno, presi un paio di metri di rincorsa e colpii di nuovo, con l’altra spalla. Quella destra mi sembrava slogata o qualcosa di simile.
Toc.
Toc.
Clak.
Clak.
Le scale. Queste erano le scale. O mio Dio, dovevo uscire immediatamente.
Ravvivato dalla forza della disperazione mi scagliai contro la porta e un paio di assi cedettero all’esterno. Le scale erano al di là del soggiorno e dallo stretto ingresso non potevo vederle. Ma potevo sentire.
Clak.
Clak.
Clak.
Tredici gradini. Sapevo che erano solo tredici. Poi pochi passi per superare il soggiorno. E poi…
Clak.
Clak.
Lanciai un grido, disperazione e terrore.
BUM! Di nuovo contro la porta, le spalle che dolevano da impazzire, ma non importava.
BUM!
Clak.
Clak.
BUM! Una delle assi cadde a terra, spezzandosi.
Clak.
Clak.
BUM! Altre schegge si staccarono dall’intelaiatura, cadendomi addosso.
Clak. L’ultimo gradino.
BUM! La porta si spalanco all’esterno, scardinandosi, lasciando entrare una gelida folata di vento. Dovevo essere felice di sentire quell’aria fredda sul viso, ma ciò che vidi mi lasciò disperatamente abbattuto.
Una spessa coltre di neve copriva qualunque cosa. Era notte, ancora una volta. La luna tremolava in cielo, illuminando tutto con la sua luce pallida e argentea. Le case di Hyak si ergevano dal terreno come denti marroni e storti su una superficie di cenere.
Swisssss…clak.
Swisssss…clak.
Non so quale creatura abitasse in quella casa, ma si stava dirigendo verso di me attraverso il soggiorno. Io non potevo vederlo, ma da quello che sentivo pareva che qualcosa di molliccio ma solido si stesse trascinando attraverso il pavimento battendo un tacco alla fine del passo.
Swisssss…clak.
Inorridito da ciò che avrei potuto vedere uscii sulla veranda, calando il piede sugli oltre trenta centimetri di neve farinosa. Scesi i tre gradino con un unico balzo e scivolai in fondo, rischiando di cadere sul sedere. Mi raddrizzai a fatica e corsi lungo Main Street, sentendomi completamente spaesato. Non sapevo dove andare, cosa fare, e perché diavolo mi trovassi lì. L’unica cosa che potevo fare era continuare a correre, in qualunque luogo la strada mi avesse portato.

Ancora adesso, mentre sto scrivendo queste righe, risento quei dannati suoni, il pavimento, le scale… Quale mostro poteva produrre quei rumori? E perché mi trovavo lì?

Continuai a correre per un tempo che mi parve infinito, illuminato dalla fredda luce lunare. I grossi ciottoli mi facevano scivolare spesso, rischiando di rompermi qualcosa.
Quando fui abbastanza lontano da quella casa rallentai. Mi spazzolai il berretto, facendo cadere parecchia neve, e mi fermai ansimando. Il vento ululava tra le case. Tutto era come l’ultima volta, tanto che pensavo di veder le due ragazze o l’orrenda creatura con l’ascia spuntare da qualche vicolo. Ad un tratto…

Mio padre chiama.
Torno subito.

Ho una sonno d’inferno.

(continua)
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RE: Dal diario di Blake Butler

da Alle22 » 4 ottobre 2012, 13:26

Bella storia mi piace è particolare anche sè le storie tratte dai diari nn mi sono mai piaciute! -_-
Alla fine si trova in un sogno??!
Posta presto! :)
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 4 ottobre 2012, 22:59

Alle22, si scoprirà tutto andando avanti. Ottima la domanda: si trova in un sogno?

posterò domenica, lasciando così il tempo a chi voglia recuperare i post precedenti.

La FF comunque l'ho pronta e finita da postare, quindi NON rimarrà in sospeso nulla!

A presto!
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 7 ottobre 2012, 21:39

posto domani, lascio ancora un giorno.

A presto!
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Re: RE: Dal diario di Blake Butler

da Alle22 » 8 ottobre 2012, 14:44

redrum1456 ha scritto:posto domani, lascio ancora un giorno.

A presto!

che bello!!!
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 8 ottobre 2012, 22:24

Ok, proseguiamo con la storia...
Ecco la penultima parte del 20 novembre
Buona lettura, spero vi piaccia!

(continua da: 20 novembre 2005, terza parte)

Ad un tratto qualcosa oscurò la luna. Mi fermai, intimorito, perché non riuscivo a scorgere più nulla nelle tenebre, e non volevo proseguire nel buio, andando incontro a chissà quali nefandezze.
Sentii uno stridio sopra di me, seguito da un possente battito d’ali, e il vento aumentò la sua intensità. Non so che creatura fosse, se uccello o qualche bestia preistorica, ma era colossale, tanto che, quando passò sopra la mia testa, la neve si interruppe per qualche secondo.
Alzai lo sguardo, cercando di intravedere qualcosa nell’oscurità, ma vidi solo la notte più nera… e un ombra ancor più oscura che si aggirava nel cielo nuvoloso. Mi gettai a terra, terrorizzato. perché sapevo che quella creatura mastodontica apparteneva a quel mondo e avevo intuito che gli intrusi non erano ben accetti.
Un nuovo stridio, forte tanto da lacerarmi i timpani, squarciò l’aria gelida. Finalmente la luna ricomparve, mentre la bestia proseguiva lungo il suo percorso, lasciandomi solo nel mezzo del villaggio.
L’ho vista davvero?
Mi rialzai lentamente, infreddolito nonostante la spessa camicia che avevo addosso, e mi diressi verso il centro del villaggio, sperando che almeno la conformazione degli edifici non fosse cambiato in questa dimensione.
Nonostante la ricomparsa della luna alcune ombre avevano forme strane, che non comprendevo, e che sembravano seguirmi appena voltavo loro lo sguardo. Le ombra dei camini si allungavano innaturalmente sul ciottolato, per sette, otto metri, sbarrandomi la strada, e aprendosi a malincuore al mio passaggio. Dietro di me udivo sibili, mormorii e altri rumori inquietanti che indicavano la presenza di qualcuno; ma appena voltavo la testa non notavo nulla di strano, le ombre si ritiravano in un lampo - tanto che non mi sembrava possibile che ci fossero state qualche momento prima - e l’aria tornava gelida e silenziosa, illuminata a malapena dalla luna argentea.
Proseguii il mio cammino certo che non avrei avuto il coraggio di tornare indietro, dato che a malapena trovavo quello per proseguire.
Arrivai alla piazza del villaggio in quello che, a casa mia, era il parco della cittadina. Lì i ciottoli si allargavano su un ampio spazio coperto di neve che, invece di donare sicurezza e un nuovo senso di dominio sulla situazione, lasciava solo la certezza che sarebbe stato più facile venir attaccati su più fronti.
Nel mezzo della piazza si erigeva un alta statua di quella sembrava pietra. Era coperta di neve e non potevo capire cos’era, ma non mi piaceva il modo in cui due ali si stagliavano verso il cielo sopra le lunghe braccia. Quella creatura sembrava un misto tra un kraken, una piovra, un coccodrillo e un drago.
Il mormorio crebbe dietro di me, tanto che mi sembrava di udire alcune parole, anche se non erano in inglese e non riuscii a comprenderle. Mi avvicinai alla statua, e vidi un bassorilievo in cui era incisa una frase in molteplici alfabeti, arabo, runico, e altri che non conoscevo. C’era scritto:

Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire
.

Non capii quella frase, per me non aveva nessun significato, ma sapevo che doveva essere importante per coloro che avevano scolpito la statua di pietra di cui non riconoscevo le fattezze.
Fu allora che la mia contemplazione venne interrotta da una voce.
«Bella, vero?»
Feci letteralmente un salto da dallo spavento. Mi guardai concitatamente attorno, fin quando non individuai la fonte della voce. Era un uomo, o qualcosa di simile - non vedevo, era troppo scuro - a circa trenta metri da me, sull’altro lato della piazza. Aveva qualcosa tra le mani, di cui potevo ma non volevo individuare le fattezze.
«La statua del più venerato tra i Grandi Antichi… dovresti inchinarti alla sua grandezza, come facciamo noi, ma non puoi comprendere cosa esso sia davvero…»
La creatura - o l’uomo - rise, un suono gorgogliante e gracchiante.
«Non sei degno di stare davanti a lei.»
L’essere si avvicinò, e le mie paure più nere si realizzarono; perché esso non era che la creatura armata d’ascia che avevo già incontrato nei miei incubi.
«E così ci rincontriamo» mi disse, schioccando il becco, camminando lentamente verso di me. Quel malefico vento non intaccava le sue parole, lasciandole giungere fino a me con precisione. «Pensavo di averti ammazzato, di averti insegnato la lezione. Non devi venire qui. Questo non è il tuo posto.»
«M-m-ma… io… in verità…»
«Taci, imbecille.» La creatura aspirò rumorosamente dal becco, l’ascia appoggiata ad una spalla. «Visto che né te né le due puttanelle avete imparato la lezione nel mio mondo, sarò io a fare visita a voi, questa volta.» Mi sembrava di vederlo ghignare - cosa impossibile, dato che aveva un becco al posto delle labbra.
Quel commento mi colpì subito. Significava che anche le due ragazze erano lì in quel momento?
«Cosa stai dicendo?» chiesi, confuso. Dannazione, era davvero un sogno?
«Che troverò la strada che porta alle vostre dimore... impiegherò mille anni, forse - ma non hanno senso queste unità di misura del tempo. Non sono come voi, non penso come voi, e non vi voglio quì!» Strillò, un misto tra un grido e uno sputo, e si scagliò su di me.
Provai a scappare, ma seppi fin da subito che era inutile. La creatura mi scagliò a terra con una spinta e fu su di me.
«Prima prenderò quelle due puttane» mi sibilò, chinato sul mio collo, «e le troverò… oh, ti assicuro che per loro non sarà piacevole… no, no, no...ma poi…
«Poi verrò da te… e ti giuro sul nome del Grande Antico… che inizierò a divertirmi sul serio… perchè forse, quando finalmente sarò io a trovare te, non potrai sfuggirmi come hai fatto fin‘ora. Perché se ora riesci a fuggire, e a tornare a casa tua… come potrai tornare, quando la tua casa è qui?»
L’essere rise, un suono alto, roco, stridente. Mi premette un ginocchio alla base del capo.
«Ci vediamo presto…»
Poi un dolore fortissimo alla base del capo, come se qualcuno mi stesse strappando via la testa dal collo a mani nude, e finalmente mi svegliai, confuso e terrorizzato.

Fosse stato per il sogno mi sarei rassegnato.
Non era stato così terrorizzante come avevo creduto. La creatura nella casa, lo strano essere volante, il mostro armato d’ascia… le ombre, i sussurri, i mormorii, la statua… tutto questo era semplicemente troppo, non riuscivo a dare una spiegazione, era come… era come trovare una quarta dimensione nel mondo in 3d. Esistono lunghezza, altezza e larghezza, ma dov’è la quarta dimensione? Non possiamo percepirla, non è visibile. Almeno, non credo. Sono alquanto ignorante in materia.
Ma era ciò che provavo riguardo a quel sogno. Non capivo cosa ci fosse dietro, dove fosse l’angolo nascosto. Finché lessi il giornale il giorno dopo.

Allego parte dell’articolo:

Dall’Hyak News del 23 settembre 2005

TROVATA MASSACRATA NEL SUO LETTO, CHI È IL MOSTRO?

Stuprata e uccisa. Queste sono le parole usate dal medico legale per definire quello che è senza dubbio l’omicidio più efferato commesso nella cittadina dopo il 1987, quando L. J. trucidò la famiglia in preda ad un raptus di follia. La ragazza, M.R., ventuno anni, è stata trovata morta nella sua stanza ieri mattina, vittima di ripetute violenze sessuali e fatta a pezzi con quella che, sempre secondo il medico legale, dovrebbe essere un ascia. “Troveremo il colpevole” ha dichiarato Allen Berg, sceriffo della contea di Yak “e ci assicureremo che paghi per i suoi crimini.” I genitori della ragazza, sotto shock, hanno espresso la loro rabbia. “Tutte le chiacchiere di questo mondo non ci ridarà nostra figlia” ha dichiarato il padre, in lacrime. Restano i dubbi sul fatto che Berg sia veramente impegnato sul caso. Gli amici della ragazza…




La voce si spanse in fretta. Madison Ross era stata violentata, torturata e uccisa nel suo letto. I genitori non avevano sentito il minimo rumore, nonostante dormissero nella camera accanto.
Il sogno mi tornò subito alla mente, ma lasciai correre. Non conoscevo Madison, non sapevo nulla di lei, e quindi avrebbe anche potuto trattarsi di qualche suo amico impazzito - il commento più stupido che mi sarebbe poi venuto in mente. Rimasi tranquillo, sicuro che non poteva trattarsi davvero della creatura del mio sogno. Perché se fosse stato così… non volevo pensarci. Era impossibile, punto e basta. Quello era stato un omicidio, orrendo, repellente, ingiusto, ma pur sempre un omicidio normale.
I titoli del giornale cittadino i giorni dopo (senza articoli):



Dall’Hyak News del 24 settembre 2005

VANI I TENTATIVI DI TROVARE IL COLPEVOLE.



Dall’Hyak News del 25 settembre 2005

BERG E LA SUA SQUADRA ANCORA IMPEGNATI NELLA RICERCA



Dall’Hyak News del 26 settembre 2005

BERG RASSICURA LA CITTADINANZA: PRENDEREMO IL COLPEVOLE.



Dall’Hyak News del 27 settembre 2005

NOSTRA FIGLIA AVRÀ MAI GIUSTIZIA? INTERVISTA AL PADRE DELLA RAGAZZA UCCISA



Dall’Hyak News del 30 settembre 2005

SCATTA IL COPRIFUOCO ALLE 19.00 PER TUTTI I MINORENNI



Dall’Hyak Dews del 2 ottobre 2005

BERG SOSPENDE LE RICERCHE, GENITORI CHIEDONO DIMISSIONI



Infine uscì un altro articolo, dal quale capii che forse le mie fantasie oscure si stavano davvero realizzando nonostante la mia negazione.

Dall’Hyak News del 7 ottobre 2005

NON TORNA A CASA DOPO IL LAVORO, SI TEME PER LA RAGAZZA

Sarebbe dovuta andare a studiare da un amica per l‘esame universitario più importante dell‘anno, ma non c’è mai arrivata. A. K., ventidue anni, è sparita ieri pomeriggio poco dopo l’uscita dal lavoro. I genitori hanno chiamato l’ufficio dello sceriffo poco dopo le 19.00, ora in cui è scattato il nuovo coprifuoco indetto dallo sceriffo Allen Berg. Si teme per la vita della ragazza, dopo l’orribile omicidio dello scorso 23 settembre. I genitori hanno dichiarato: “Siamo disposti a tutto pur di riavere A. Vi prego, datecela indietro”. La coppia promette cinquecentomila dollari per il ritrovamento della figlia. Lo sceriffo ha protestato. “Non vogliamo nessuna caccia al tesoro. Questo è compito della polizia.” Un nuovo conflitto di interessi che…




Devo ammettere che è proprio un giornale di merda. Nemmeno una parola di cordoglio, pronti a saltare sullo scoop.
Comunque, le chiacchiere in città girarono velocemente, e ben presto venni a sapere che la ragazza scomparsa non era che la tipetta mora che avevo sognato. Una pura coincidenza.

Dall’Hyak News del 9 ottobre 2005

BERG STRINGE E SPOSTA IL COPRIFUOCO ALLE 18.00
I GENITORI: INUTILE



Dall’Hyak News del 10 ottobre 2005

IL MOSTRO COLPISCE ANCORA: TROVATA LA RAGAZZA SCOMPARSA

È stato trovato il corpo di A. K., data per scomparsa il 7 ottobre scorso. Lo sceriffo non ha voluto rilasciare dichiarazioni per “non allarmare la popolazione cittadina. Seguite il coprifuoco, non lasciate le vostre abitazioni dopo il tramonto e, se possibile, accompagnate i vostri figli a scuola.” Secondo alcune indiscrezioni, la ragazza sarebbe stata torturata, violentata e fatta a pezzi con un accetta. I genitori, ancora una volta protestano e chiedono le dimissioni di Berg, che si difende…




Non potevo pensare che fosse davvero opera della creatura. O almeno, non volli pensarlo. Tornarono gli incubi, orribili, ma immagino che fosse per colpa della paura che ormai mi accompagnava ovunque. Rimasi in casa praticamente per tutto il mese di ottobre. I giornali tornarono sull’argomento più e più volte, colpevolizzando lo sceriffo, intervistando genitori e amici, lanciando allusioni e false accuse. Allen Berg fu lasciato al suo posto, e nessun colpevole venne trovato.

Ma in questo mese… novembre… sta succedendo qualcosa. E forse…

Mi si chiudono gli occhi, devo dormire, ma ora non posso. Non posso.

Devo scendere. Papà sta partendo.

(continua)
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 14 ottobre 2012, 20:30

ragazzi, mi sta accadendo una cosa stranissima.
Da quando ho iniziato a pubblicare la ff dormo veramente male. Bah!
pubblicherò domani sera, per chi è interessato!
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Re: RE: Dal diario di Blake Butler

da Alle22 » 14 ottobre 2012, 20:35

redrum1456 ha scritto:ragazzi, mi sta accadendo una cosa stranissima.
Da quando ho iniziato a pubblicare la ff dormo veramente male. Bah!
pubblicherò domani sera, per chi è interessato!

bel capitolo bravo!! Strana creatura.......
Come dormi male?! Incubi?
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 14 ottobre 2012, 20:36

incubi
mi dicono che parlo mentre dormo.

forse perchè dormo poche ore?

Boh
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Re: RE: Dal diario di Blake Butler

da Alle22 » 14 ottobre 2012, 20:39

redrum1456 ha scritto:incubi
mi dicono che parlo mentre dormo.

forse perchè dormo poche ore?

Boh

anche a me capita...ma poche volte!
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RE: Dal diario di Blake Butler

da redrum1456 » 14 ottobre 2012, 20:43

comunque ti ringrazio, alle22, che segui la FF! ;)
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Re: RE: Dal diario di Blake Butler

da Alle22 » 15 ottobre 2012, 13:27

redrum1456 ha scritto:comunque ti ringrazio, alle22, che segui la FF! ;)

prego! ;) :D
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