[HALLOWEEN CONTEST 2012] La vecchia casa

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[HALLOWEEN CONTEST 2012] La vecchia casa

da mastermax » 9 novembre 2012, 21:28

La vecchia casa
Autore: Brisingr92

Il piccolo cumulo di braci pulsava come il cuore di una bestia gigantesca. I resti morenti del falò che Alex, Jane e Carl avevano acceso proiettavano una fievole luce rossastra che illuminava i volti dei ragazzi, qualche lapide diroccata e annerita dal tempo e nient’altro.
Alex sedeva col viso rivolto verso la Vecchia casa, un luogo che la gente considerava maledetto e che, stando alle storie degli anziani, non solo risultava impossibile da demolire – tutti i tentativi erano risultati futili a causa di misteriosi malfunzionamenti delle macchine utilizzate – ma durante la notte di halloween riportava in vita dal regno dei morti tutte le ripugnanti creature che il proprietario della casa aveva creato nel suo laboratorio.
Come ogni anno, i tre amici sarebbero entrati a turno nella casa traballante per passarvi all’interno qualche ora, e dar prova alla gente che le storie erano solo frutto dell’immaginazione collettiva.
Carl era entrato ormai da dieci minuti e Jane si stava preparando per cominciare l’esplorazione.
“Ripetimi le regole” l’ammonì Alex.
“Niente visite in soffitta e nella cantina, ed avere sempre con sé torcia e bengala di segnalazione. Se entro un’ora non si trova niente di interessante il ritrovo è previsto all’ingresso principale” recitò Jane puntale.
“Ottimo” concluse Alex soddisfatto.
Quando l’amica si chiuse la porta alle spalle, Alex avviò il suo cronometro, in attesa del suo momento per entrare in azione. Dopo qualche minuto, mentre stava ricontrollando per l’ennesima volta la sua attrezzatura, un urlo spaventoso, un urlo di puro terrore, un urlo di un ragazzo disperato giunse alle orecchie di Alex come un maglio, facendogli accapponare la pelle e rizzandogli i capelli sulla testa.
“ Carl!” chiamò disperato “Carl mi senti? Jane! Uscite subito di lì e torniamo a casa”.
Nessuna risposta.
“Carl, Jane!” provò e riprovò, ma dei due amici nessuna traccia. Costringendosi a camminare, Alex raccolse torcia e bengala e si avviò tremante verso l’entrata. (Non è niente) si disse (sarà il solito scherzo idiota di Carl).
Una volta varcata la soglia, la porta si richiuse di schianto, facendo trasalire il ragazzo che urlò per lo spavento. L’ingresso era come il ragazzo se lo ricordava: vecchio, puzzolente e pieno di polvere e muffa. Come le visite precedenti però, non poté fare a meno di notare la vastità e lo sfarzo di quella casa. Dall’entrata principale, che si affacciava sul vecchio salotto, si diramavano tre percorsi: a sinistra, il corridoio conduceva alla cucina e alla cantina-laboratorio del professore pazzo, a destra si stendevano numerose porte di stanze per gli ospiti, ed al centro una sontuosa scalinata di marmo e ferro battuto conduceva al primo piano e alla soffitta. Sapendo che Jane voleva partire dalla cucina, decise di recuperare prima l’amica, ed in seguito iniziare la ricerca di Carl.
Fece appena in tempo a muovere un passo, che un tonfo metallico risuonò al piano di sopra, accompagnato da una serie di tonfi regolari e pesanti.
Tremando da capo a piedi, Alex puntò la torcia verso le scale, e non vedendo nessuno, salì al primo piano. Una volta di sopra, risalì il corridoio finché non inciampò in un oggetto lungo e pesante, la torcia d’acciaio di Jane. Sulla sinistra, la porta della camera matrimoniale, almeno stando alla piantina che gli amici avevano memorizzato anni prima, era socchiusa.
Entrò. La luce centrale della stanza era accesa, gettando ombre inquietanti sugli oggetti sparsi alla rinfusa. Diede un’occhiata al letto a baldacchino e con sgomento constatò che qualcuno ci aveva dormito di recente. (Com’è possibile?) si chiese. Un rumore sordo e regolare attirò la sua attenzione. Si voltò, cadde all’indietro e lanciò un urlo; un ragno grande quanto il suo pugno lo fissava guardingo con i suoi enormi occhi bulbosi. (Ti stai rendendo ridicolo. Smettila di avere paura). Rialzandosi, raccolse la torcia e attraversò la stanza senza esitare, in direzione del bagno. Una singolare inquietudine lo pervase. Stando alle storie cittadine, quello era il bagno in cui avevano trovata morta la moglie dello scienziato, piena fino al gozzo di farmaci e alcool.
Spinse la porta aperta e varcò la soglia. Lì la luce era spenta. Fece scorrere la luce della torcia lungo le pareti muffite. La tenda della doccia, di un pallido rosso stinto, era tirata a nascondere la lunga vasca da bagno in ceramica. Senza indugiare, Alex attraversò la stanza per riprendere la ricerca. Trovò la porta della stanza chiusa, anche se ricordava perfettamente di averla lasciata aperta. Stava per afferrare la maniglia quando alle sue spalle risuonò un improvviso rumore metallico tintinnante.
Alex trasalì, mentre un’ondata di puro, genuino terrore si impossessava di lui, paralizzandolo, mozzandogli il fiato in gola. Adesso la tenda della doccia appariva tirata e una forma amorfa, morta e decomposta lo fissava dall’interno della vasca. Una donna, una donna morta da tempo uscì dalla vasca barcollando e si avviò zoppicando verso il ragazzo, emettendo dalle putride labbra una risata isterica e raccapricciante. Alex si disse che doveva trovare la forza di scappare. Fissò il cadavere per un secondo di spaventosa follia, poi finalmente trovò a tentoni la maniglia e caracollò nel corridoio. Chiuse di scatto la porta senza voltarsi. Dall’interno, gli parve di sentire uno strano rumore di tonfi umidi, come se la creatura volesse riportare l’ospite nella stanza. Alex trafficò disperato con la chiave, finché la serratura arrugginita scattò. Mentre si allontanava dalla camera da letto, gli parve di sentire il rumore della maniglia che veniva girata avanti e indietro, come se il cadavere putrefatto tentasse disperatamente di uscire.
Si barricò in cucina, bloccando la porta con una sedia. Mentre riprendeva fiato osservò l’ambiente. Notò che il tavolo, il piano cottura e il lavandino grondavano di sangue fresco. (Sto impazzendo?) si chiese.
Si sentiva spiato.
Avanzò tremante, mentre dall’esterno della stanza provenivano tonfi sordi e appiccicosi. D’un tratto, il microonde si accese, ed Alex vide al suo interno una testa mozzata che ruotava lentamente, con occhi gonfi e vitrei, le labbra carnose piene di croste nere, denti guasti e scheggiati. Alex sbarrò gli occhi urlando; era la testa di Carl. Stravolto, cerco disperatamente una via di fuga, mentre un ululato selvaggio esplodeva fuori dalla cucina, e una zampa enorme, pelosa e decorata con spessi artigli d’acciaio, sfondava la porta alla ricerca della maniglia. In preda al panico si guardò in torno in cerca della salvezza. Dal frigo provenivano rumori striduli, come unghie che grattano su una lavagna. Mentre cercava di mantenere un minimo di controllo, qualcosa si chiuse attorno alla sua caviglia, e un dolore lancinante gli trafisse la gamba. Un tentacolo irto di spine lunghe quanto l’unghia del suo pollice gli artigliò la gamba bloccandolo a terra. Finalmente la mano si chiuse su una maniglia d’ottone brunito. La girò urlando di paura. Si scagliò fuori dalla cucina, ma nella fuga perse la torcia e si strappò un lembo di pelle dalla caviglia ancora intrappolata nella morsa della pianta carnivora.
Si ritrovò nello scantinato e la prima cosa che percepì fu il freddo glaciale che stagnava nell’aria. La lampadina coperta di ragnatele era accesa. Sotto la lampada, una vecchia scala di legno si perdeva nel buio.
Dalla cucina nessun rumore.
Tremando, accese il bengala e lo gettò di sotto, dove atterrò con un lieve tonfo. Intorno alla luce del bengala, si intravedevano pile di scatoloni, casse, cinghie e coltelli appesi alle pareti. Sul fondo, un lungo catino di legno dominava la scena occupando quasi un quarto della stanza. Zoppicando, Alex scese la scala portandosi accanto al catino, non desiderandolo; eppure incapace di costringere i piedi a tornare sui loro passi.
Guardò l’interno del catino.
Distesa sul fondo, in biancheria intima, galleggiante quasi senza peso sull’acqua, c’era Jane, un coltello conficcato nel petto. L’acqua intorno a lei aveva assunto un acceso coloro porpora. Jane aveva gli occhi chiusi. I capelli galleggiavano inerti, simili a delle alghe.
Come se ascoltasse da molto lontano, udì la propria voce che diceva “Jane!”.
Al richiamo, Jane spalancò gli occhi. Erano argentei, occhi che non avevano alcunché di umano. Le mani della ragazza, di un bianco viscido e putrescente si aggrapparono al bordo del catino e la giovane si sollevò in piedi. Con un verso stridulo e disumano, l’amica uscì dal catino e con le sue mani morte, sfiorò il collo di Alex.
Alex si girò e corse, per quanto la caviglia mutilata glielo consentisse, ma aveva fatto pochi passi che un corpo mutilato e straziato da mille fori di proiettili gli si parò davanti, senza testa, senza un braccio e il piede sinistro mozzato a metà; il corpo di Carl. Alex urlò. Scartò a destra, mentre i cadaveri lo inseguivano arrancando nell’ombra.
Schiocchi secchi provenienti dal soffitto gli fecero alzare lo sguardo. Ragni enormi, pelosi e con robuste tenaglie nella bocca lo inseguivano reclamando il loro pasto. Nella corsa disperata, calpestò qualcosa di molle e scivoloso, e si ritrovò immerso in un mare di serpenti con zampe di ratto e corna taurine sulla testa. Occhi vuoti e senza vita. Urlando di terrore, raddoppiò gli sforzi per fuggire.
Sulle pareti polverose, comparvero mille volti morti che seguivano Alex con i loro sguardi alieni e putrescenti. Pronti ad accoglierlo come uno di loro. A quel punto, Alex si gettò a terra e chiuse gli occhi, sperando che tutto finisse.
I rumori cessarono all’istante.
Alex era solo. Solo e al buio. Aprì gli occhi, ma non vide altro che buia tenebra. Una luce si accese in fondo al corridoio dello scantinato, e Alex vide un uomo con una machera da medico sul viso e un candido camice di cotone. Gli occhi da rettile si piantarono sul giovane.
Nella mano destra impugnava un coltello insanguinato, nella sinistra un trapano grondante di interiora umane. Esalava un lezzo di muffa e umidità, come le foglie fradice di pioggia. Lasciò cadere gli arnesi e prese a scivolare verso Alex ormai paralizzato dalla paura. Le sue mani si strinsero intorno alla sua gola e lo sollevarono da terra. Dalla bocca celata dalla maschera una singola parola.
“Alex!”. Il cuore del giovane si gonfiò di terrore.
“Alex!”. I polmoni gli bruciavano come marchiati a fuoco.
“Alex!”. Le ripugnanti creature incontrate gli si strinsero intorno…

“Alex!”. Con un balzo, il giovane si mise a sedere. La coperta gli stringeva il collo.
“Alex!” Jane sedeva sul letto sorridente. “Alzati pelandrone o faremo tardi”
“Tardi?” chiese lui senza capire, con il cuore che gli martellava nel petto.
“La Vecchia casa! L’esplorazione di halloween zuccone”
(E’ stato tutto un sogno?) si chiese.
“Muoviti Alex! Carl è già lì che ci aspetta”.

Il piccolo cumulo di braci pulsava come il cuore di una bestia gigantesca. I resti morenti del falò che Alex, Jane e Carl avevano acceso proiettavano una fievole luce rossastra che illuminava i volti dei ragazzi, qualche lapide diroccata e annerita dal tempo e nient’altro.
Alex sedeva col viso rivolto verso la Vecchia casa, un luogo che la gente considerava maledetto, e che, stando alle storie degli anziani, non solo risultava impossibile da demolire – tutti i tentativi erano risultati futili a causa di misteriosi malfunzionamenti delle macchine utilizzate – ma durante la notte di halloween riportava in vita dal regno dei morti tutte le ripugnanti creature che il proprietario della casa aveva creato nel suo laboratorio.
Carl era entrato ormai da dieci minuti e Jane si stava preparando per cominciare l’esplorazione.
“Ripetimi le regole” l’ammonì Alex.
“Niente visite in soffitta e nella cantina, ed avere sempre con se torcia e bengala di segnalazione. Se entro un’ora non si trova niente di interessante il ritrovo è previsto all’ingresso principale” recitò Jane puntale.
“Ottimo” concluse Alex soddisfatto.
Quando l’amica si chiuse la porta alle spalle, Alex avviò il suo cronometro, in attesa del suo momento per entrare in azione. Dopo qualche minuto, mentre stava ricontrollando per l’ennesima volta la sua attrezzatura, un urlo spaventoso, un urlo di puro terrore, un urlo di un ragazzo disperato giunse alle orecchie di Alex come un maglio, facendogli accapponare la pelle e rizzandogli i capelli sulla testa.
“ Carl!” chiamò disperato “Carl mi senti? Jane! Uscite subito di lì e torniamo a casa”.
Nessuna risposta.
E allora Alex capì che non aveva solo sognato, ma che la Vecchia casa era maledetta e per i suoi amici non c’era già più niente da fare, se non fuggire per salvare se stesso da quella follia omicida. Mentre rivoli di paura gli scorrevano lungo la schiena, si voltò e corse lontano dai suoi amici; lontano dai cadaveri putrefatti e dai mostri annidati nell’ombra; lontano dalla paura stessa.
Fuggì dalla Vecchia casa e convinse i genitori a trasferirsi lontano.
Oggi, ad ormai dieci anni di distanza, la scomparsa di Jane e Carl è ancora un mistero, e si racconta che la notte di halloween, i loro spiriti vaghino nella terra dei vivi in cerca dell’amico perduto.
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