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sofy28
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MessaggioInviato: 29-05-2012, 14:50

Rispondi citando

HOLA! Si, ho già una ff aperta, ma la mia teoria e che scrivere sempre della stessa cosa sia monotono, cambiare argomento ogni tanto fa bene...
:laugh: :O :D tongue wink :O :laugh:
Ok... dopo essermi sfogata, ecco il prologo... corto corto :invisibile:

Prologo


- Non credo sia prudente, portarli a caccia con noi. Sono dei bambini.
Una risata. – Sono forti, come te e me. Voglio averli vicino.
- Vuoi proprio separarli?

Un'altra risata. - Ho scelta? Sai che non vorrei. Non dipende da me.
- Sarà. Ma mi sembra stupido lo stesso. Daniela e Matteo hanno solo due anni.

Ricordo. Le voci. L'abbaiato dei cani. La neve sotto i piedi e i fiocchi che volteggiano davanti ai miei occhi. La foresta intorno a me, verde e bianca. Due uomini, alti, imponente e belli. Dalle voci possenti.
- Guarda! Un lupo!
- E' un bellissimo esemplare! Mi piacerà indossare la sua pelliccia.

La vibrazione quasi impercettibile del tendersi dell'arco. La freccia veloce, che scoccata si slancia nell'aria e si conficca precisa nel corpo del lupo bianco.
- Papà! Non avresti dovuto!
- Non fare la femminuccia Alex, guarda che pelo!
- Io sono una femminuccia!

Il corpo del lupo è circondato dai due uomini e i tre bambini. Oltre alle loro voci si sentono dei deboli uggiolii, che provengono dal folto della foresta. Corro verso il suono, tra gli alberi.
- Cassandra! Cassandra?
- Nella foresta, Thomas. E' corsa lì.

Cuccioli. Sei piccoli cuccioli di lupo, due bianchi, due grigi, uno nero e uno rosso.
- Non un lupo. Una lupa.
- Che belli!
- Li teniamo? Papà, li teniamo?
- Non se ne parla!
- Dai! Sono sei! E noi siamo sei!
- Sono lupi, non cagnolini. Non si possono tenere in casa.
- Non esattamente... sono più cani selvatici.
- Io voglio quello nero!

La mano rosa del bambino si allunga per toccare il pelo del lupo nero, che al contrario si gira e ringhia.
- Cagnaccio! – Il bambino urla, ma ride. – Cagnaccio!
Mi allungo e tocco il pelo di uno dei lupi bianchi. Profuma di pino e muschio.
- Buono.


_________________________________________________________________
Andavo a guardare le stelle sul tetto di casa. Mia madre mi rimproverava sempre dicendo che prima o poi sarei caduto e nel migliore dei casi mi sarei rotto una gamba, ma a me non importava. Neanche a Thomas importava. http://www.eragonitalia.it/postt15626


Ultima modifica di sofy28 il 07-06-2012, 13:40, modificato 2 volte in totale
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pitola
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MessaggioInviato: 30-05-2012, 13:14

Rispondi citando

sofy28 ha scritto:

- Li teniamo? Papà, li teniamo?

"-Me lo prendi papà?
-Sì.
Ma questa mia rulotte mi sembra l' arca di noè... però ci si sta, stringendosi un pò"

Bon, per quanto mi riguarda, cara sofy, più scrivi più leggo, quindi scrivi pure e aspettati in ogni caso il mio completo appoggio :)
Per il resto... lupi :cry: cuccioli tenerosi :innamorato:
Continua subitississimissimissimissimissimo!!
E non smettere di scrivere Dioscuri u.u
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sofy28
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MessaggioInviato: 30-05-2012, 19:27

Rispondi citando

pitola ha scritto:
sofy28 ha scritto:

- Li teniamo? Papà, li teniamo?



La faccia del padre era tipo questa XD

I primi capitoli saranno... di transazione, per far capire il carattere della protagonista.

Capitolo 1


Quando apro gli occhi ho ancora le mani affondate nel pelo bianco e morbido. Non profuma di pino e muschio, quell'odore è sparito, ma rimane vivo nel mio sogno.
Mi alzo mugugnando, spostando lenzuola e coperte, e esco dalla mia camera, prima che il letto mi risucchi nuovamente. Percorro il corridoio e scendo le scale che portano alla cucina, dal quale provengono i soliti rumori del mattino. Dietro di me sento lo zampettare del lupo, che da quando ho memoria mi segue fedelmente.
In cucina lancio uno sguardo all'orologio appeso alla parete. 7.30
Impreco in italiano.
- Cassandra!
La voce della zia mi riprende, anche se non sa quello che ho detto. E' lo zio che proviene dall'Italia, il fratello di mia madre, ma lui non mi sgrida mai.
- Che c'è?
- Hai imprecato.
- Non puoi saperlo.
- Parli italiano solo per non farmi sapere cosa dici. Quante sono le cose che non vuoi che io sappia, alle sette di mattina in un giorno di scuola in cui come al solito sei in ritardo?
Intelligente, non c'è che dire. Smonta le mie scuse con l'abilità di un artificiere che disinnesca una bomba.
Mi siedo al tavolo rotondo, affianco allo zio che legge il giornale tranquillamente. Le nostre piccole liti non lo turbano, sono normali e stereotipate, avvengono tutte negli stessi momenti della giornata, con sconcertante regolarità.
Riempio una tazza col latte di un pentolino, spolvero il tutto con due cucchiai di Nesquik e spalmo tre fette biscottate con la Nutella. Tutta roba comprata a Little Italy, quartiere italiano della Big Apple, che io amo e che non smetterò mai di mangiare, neanche fra sessant'anni.
- Josie? – chiedo dopo aver bevuto una generosa sorsata di latte.
- Sta rifacendo il letto. – risponde la zia, sorridendo sotto i baffi. So che il paragone fra me e mia cugina la diverte: lei è precisa, ordinata, puntuale, gentile. Io sono disordinata, sempre in ritardo, confusionaria e scontrosa, specialmente la mattina.
Per molte persone è difficile immaginarci come cugine; solitamente quando Josie fa una nuova amicizia (e Josie è capace di fare nuove amicizie in qualunque luogo e momento, all'ora di pranzo, all'intervallo o all'uscita da scuola) e io mi avvicino a lei per un motivo o per l'altro, le persone, che più o meno mi conoscono tutte, quando scoprono la nostra parentela sgranano gli occhi e dicono ''Lei è tua cugina?''
- Magnifico. – rispondo mangiando l'ultima fetta biscottata e mandando velocemente giù l'ultima sorsata di latte. – Josie! Josie?
Esco dalla cucina e salgo velocemente le scale, in tempo per incrociare Josie, che indossa una minigonna (di lunghezze decenti, mia cugina è una ragazza perbene) grigia a quadri, una camicia a maniche corte bianca e sopra un maglione rosso senza maniche. I capelli castani (Josie non ha ereditato i capelli neri dello zio) sono pettinati ordinatamente e trattenuti all'indietro con un cerchietto e le scendono sulle spalle come una sottile cascata.
Apro la porta di camera mia. – Buongiorno meraviglia!, ti secca riordinare anche il mio giaciglio?
Josie ride ed entra. – Sono dieci anni anni che mi chiami meraviglia e mi chiedi di rifarti il letto, credi che proprio oggi ti direi di no?
Le schiocco un bacio al volo, afferrando qualche indumento a caso e un paio di tennis bianche. – Sei la mia salvezza. E comunque sono tredici!
Mi fiondo in bagno, mi pettino i capelli, indosso un paio di jeans blu scuro, una maglietta blu a maniche lunghe e sopra una nera a maniche corte. Mi lavo i denti e per un secondo mi guardo allo specchio. Sono pallida, ho il viso sottile e i lineamenti decisi. I capelli sono biondo cenere, folti e mossi, con diverse ciocche viola. I miei occhi azzurri brillano nella luce soffusa della mattina, grandi e ancora assonnati.
Qualcuno bussa alla porta del bagno. – Cassie! Otto meno un quarto! – dice la voce di Josie. – Faremo tardi!
- Non facciamo mai tardi! – rispondo uscendo dal bagno e dirigendomi in camera mia.
Ficco qualche libro nella borsa, cercando di ricordare l'orario di oggi. Quando sono sicura di aver preso tutto do uno sguardo veloce alla stanza. Il letto è fatto, i vestiti che c'erano in giro sono ordinatamente appesi all'attaccapanni, la finestra è aperta per arieggiare. Sorrido fra me, poi mi metto la borsa a tracolla ed esco dalla stanza, accostando la porta. Attraverso nuovamente il corridoio e scendo le scale a precipizio, consapevole di essere in ritardo. Ai piedi delle scale mi aspetta il lupo: gli accarezzo il muso di sfuggita, poi prendo le chiavi di casa e apro la porta. Mi fiondo fuori e raggiungo Josie in strada, con l'animale bianco alle calcagna.
- Porti anche Spettro? – chiede Josie sospirando. Sa la risposta, ma non può fare a meno di chiedere.
- Certo. In tutta la tua vita non ti sei mai trovata faccia a faccia con uno stupratore solo perchè c'era lui con noi.
- o forse perchè alle otto di mattina non ci sono stupratori in giro.
- Si... forse anche per quello. – dico e scoppiamo a ridere, affrettando il passo verso la fermata della metropolitana che collega il nostro tranquillissimo quartiere residenziale con il caotico centro di Brooklyn, dove si trova il nostro liceo.
Spettro scende tranquillamente le scale della metropolitana, attirando ovunque gli sguardi della gente. Molti sono curiosi, altri scandalizzati, ma la maggior parte della gente, che prende la metro con me ogni mattina, è abituata a vedere Spettro e come tutta la gente newyorchese ha dipinta in faccia una maschera di abissale indifferenza.
Io e Spettro siamo sempre stati inseparabili. In casa passiamo la maggior parte del tempo assieme, senza nessuna difficoltà, ma fuori... be' New York non è abituata a vedere un cane-lupo alto settanta centimetri che passeggia per strada, senza collare e senza museruola. Così, più o meno due anni fa, durante una delle prime passeggiate in città con Spettro, sono stata fermata da un poliziotto. Quelli della polizia cittadina ovviamente pretendevano che il cane-lupo fosse tenuto stretto al guinzaglio, ma io non avevo la minima intenzione di legare Spettro: per me era un lupo, non un cane qualsiasi.
Così partì la causa al tribunale: i miei zii furono molto comprensivi e cercarono di aiutarmi in ogni modo. E alla presenza di esperto addestratore di animali selvatici mostrai a un valido tribunale americano (con giuria, giudice, testimoni...) il controllo che avevo sul mio lupo.
Lo infastidirono in ogni modo e in ogni maniera, ma lui, prima di muovere anche un solo muscolo, cercava il mio sguardo: io gli facevo segno di no e lui non si muoveva. Così tutti i sospetti sulla sua indole pericolosa risultarono infondati e io ricevetti una bellissima certificazione che attestava che Spettro aveva tutto il diritto di circolare nelle strade cittadine e in metropolitana in quanto mio valido compagno nonché ''bene'' affettivo. Fortunatamente il giudice era un radicale animalista ed era rimasto impressionato dal rapporto fra me e Spettro, altrimenti avrebbe fatto di tutto per remarmi contro.
Tengo la certificazione, piegata e ricoperta da una plastica protettiva, nel portafoglio e sono pronta a mostrarla a chiunque abbia qualcosa da ridire. Ma sembra che nessuno abbia anche solo il tempo di pensarci. New York è cosi: nessuno ha mai un attimo di respiro.
Spettro entra tranquillamente in un vagone della metropolitana e si siede per terra, affianco al mio posto. Non è come un qualunque cane, non scodinzola e non ansima con la lingua fuori, è serio come un essere umano, con gli occhi scuri scruta le persone presenti nel vagone.
Io e lui siamo perfetti insieme; io non sono molto affettuosa e lui è un lupo che non vuole essere oppresso da mille buffetti e smancerie. Mi basta poco per capire che mi è affezionato e fedele: si siede affianco a me nella metropolitana, mi segue per strada quando vago senza meta, mi aspetta fuori dai negozi. E' come Hachiko.
E pensando a Spettro improvvisamente mi viene in mente quel sogno.
Cerco di concentrarmici, come faccio tutte le mattine. C'è la neve, lo so. Siamo in una radura circondati da una foresta. Siamo... ci sono io e due uomini al mio fianco, poi ci sono altri... tre?... bambini?... che ridono e corrono. All'improvviso tutti si zittiscono e passa un meraviglioso lupo. Come il mio Spettro, però più grande e maestoso. Bianco, col pelo più lungo e lucente. Che però si macchia presto di sangue, mentre le voci si alzano di nuovo. E sotto le voci c'è qualcosa che mi chiama... dei mugolii, dei vagiti. Poi vedo i sei cuccioli e sento nuovamente le voci intorno a me. Cagnaccio...
Non capisco. E' un semplice sogno, lo so, ma mi da fastidio non sapere cosa il mio inconscio voglia dirmi.
Dlin dlon, la metropolitana segna la nostra fermata e Josie si alza in piedi con tranquillità, poi mi lancia uno sguardo per vedere se sono ancora sveglia: capita spesso che mi addormenti sul treno. Insieme a noi scendono tanti ragazzi della nostra età, che come noi vanno al Brooklyn Institute. Spettro scende per ultimo, un attimo prima che le porte si chiudano, e per un attimo è oggetto delle occhiate di qualche ragazzo che non l'ha mai notato. Iniziano i finti baci, le dita schioccate, i versetti per attirarlo.
- Spettro? – chiamo e lui mi raggiunge subito, aggirando i ragazzini e le ragazzine che lo stanno accerchiando.
Saliamo le scale e ci ritroviamo in pieno centro, circondate da qualche grattacielo e da migliaia di persone che come noi vanno a lavoro o a scuola. Dobbiamo solo svoltare l'angolo e vediamo il nostro liceo, con un bel prato verde e un viale di cemento che lo attraversa. Ragazzi sono seduti sul prato, ridono scherzano, si godono la giornata primaverile. Niente li può toccare, non ora. Fra circa cinque secondi entreranno in classe, verranno lodati, rimproverati, interrogati, ma per ora sono tranquilli e sereni.
Spettro non può entrare a scuola ovviamente, neanche se il giudice stesso lo pretendesse per la mia salute. Lui lo sa e si siede sul marciapiede, all'ombra di un albero del cortile scolastico. Aspetterà ben cinque ore, perchè quando uscirò all'intervallo del pranzo sarà ancora lì ad aspettarmi. Gli accarezzo leggermente il muso ed entro, beccandomi le occhiate di ammirazione o sospetto di molti ragazzi. Non sono come Josie, gentile e carina, io sono diversa e scostante, pochi mi sopportano. Mi conoscono tutti però, per via di Spettro, e tutti hanno qualcosa da ridire su di me.
- Buona giornata. – mi augura Josie, dirigendosi verso un gruppo di amiche che consultano una delle bacheche. – Ci vediamo a pranzo?
- No. – rispondo allontanandomi. Molti mi guardano: mi giudicano bella, così come giudicano bella Josie.
Continuo a camminare, ignorando tutti gli sguardi. Entro dalle grandi porte di legno e attraverso l'atrio affollato. Altri ragazzi attorniano la bacheca interna, ci deve essere qualche nuova notizia dalla presidenza. Probabilmente hanno appeso i risultati dell'anno.
Il Brooklyn Institute è una scuola molto esigente e prestigiosa. Il preside è italiano, fortunatamente per me, così i voti sono quelli numerali e vengono insegnate tutte le materie possibili e immaginabili, dal cinese al greco alla chimica avanzata. Ognuno sceglie il suo programma di studio, in base alle proprie aspettative per il futuro e le proprie abilità. Il 30 di Aprile, oggi, vengono esposti i risultati di tutto l'anno: chi ha passato l'anno, chi ancora non è sufficiente ma ha la possibilità di diventarlo entro il primo Giugno e coloro che sono ormai irrimediabili. Tra un anno e l'altro c'è sempre un esame da fare, quelli che non hanno avuto problemi lo fanno il trentuno Maggio e hanno chiuso con la scuola, quelli che risultano sufficienti solo il primo Giugno sono tenuti a presentarsi alle lezioni di preparazione fino al quindici di Giugno, giorno del loro esame. Chi invece è irrimediabilmente insufficiente continua a frequentare fino al quindici di Giugno ma fa l'esame il primo di Settembre. Ovviamente per andare all'anno successivo l'esame deve essere passato.
Sono curiosa di sapere come sono andata, ma non mi avvicino alla ressa. Percorro il corridoio principale fino al mio armadietto, il 79. La combinazione è così semplice che mi chiedo come nessuno sia mai riuscito a indovinarla: 1,2,3,4.
Mi tolgo lo zaino dalla spalla e lo apro per riversare i libri nell'armadietto. Avevo molti esercizi da fare a casa, quindi non ho potuto lasciare quasi niente a scuola.
Oggi ho greco, latino, scienze della terra, matematica e...
- Stark!
- Che cosa c'è? – dico girandomi. Mi giro sempre quando mi chiamano per cognome.
Elisabeth, un poco più bassa di me (con questo non voglio dire che fossi alta...), capelli neri, carnagione olivastra e occhi scuri, saltella per il corridoio, facendo ciao con la mano. Indossa un paio di mini-shorts che mettono in risalto le sue gambe abbronzate e una maglietta a maniche corte di Spongebob e in spalla uno zaino viola. Alle sue spalle Alec cerca di raggiungerla. Quando arriva al mio armadietto, sbuffa verso Elisabeth. E' alto, tipo dieci centimetri più di me, ha i capelli neri, la carnagione olivastra e gli occhi scuri. Da vicino la somiglianza con Elisabeth è allucinante.
Sono fratelli gemelli, si somigliano come due gocce d'acqua in tutto è per tutto, tranne per l'altezza e le differenze ovvie che possono esserci tra un ragazzo e una ragazza.
- Hai il debito in matematica. – annuncia allegra Elisabeth, saltellando sul posto. E' piena di energie, anche alle otto di mattina, anche dando cattive notizie.
- Stai scherzando, vero? – E' impossibile... non posso avere il debito in matematica, mi sono impegnata così tanto...
Elisabeth ride. – Si! Hai nove, nove in matematica, nove in inglese, nove in letteratura, nove in epica, tutto nove, sei perfetta! Alec gli poggia la mano sulla testa, cercando di farla smettere di saltare. – Hai il dieci in greco, cervellona.
Sorrido. Media perfetta, significa che renderò orgogliosa la zia, terrò testa a Josie e potrò chiede la borsa di studio. – E tu come sei andato?
Alec fa spallucce. – Quest'anno mi sono voluto riposare.
Nel nostro liceo per poterti iscrivere in prima devi compiere quattordici anni entro i primi mesi di scuola. Cioè: se sei nato nel 1990, anche a Dicembre, nell'anno 2004 compi quattordici anni e puoi iscriverti in prima. Se però sei nato nel 1991 e compi gli anni nel 2005, anche se il tuo compleanno rientra nell'anno scolastico 2004-2005, devi aspettare un anno. L'anno scorso io, che sono nata nel 1996 a Aprile, mi sono potuta iscrivere per l'anno 2010-2011, perchè nel Settembre del 2010 avevo già quattordici anni. Per ironia della sorte Alec era nato il 31 Dicembre del 1995 a mezzanotte meno dieci, Elisabeth era nata venti minuti dopo, il 1 Gennaio 1996. Per questo Alec si era potuto iscrivere in prima nel 2009, perchè compiva quattordici anni nel Dicembre del 2009, Elisabeth invece frequenta la seconda con me, perchè ha compiuto quattordici anni nel Gennaio del 2010. La madre dei gemelli si è lamentata, ma il preside, pur a malincuore era stato fiscale.
Per questo Alec è reduce da ben tre anni al Brooklyn Institute. Io e Elisabeth abbiamo incominciato a abituarci alle regole strane, allo studio intensivo e al resto solo quest'anno. Dall'anno prossimo anche noi saremo ''veterane''.
La campana suona e io mi allontano, borbottando dei saluti.


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Andavo a guardare le stelle sul tetto di casa. Mia madre mi rimproverava sempre dicendo che prima o poi sarei caduto e nel migliore dei casi mi sarei rotto una gamba, ma a me non importava. Neanche a Thomas importava. http://www.eragonitalia.it/postt15626


Ultima modifica di sofy28 il 31-05-2012, 14:17, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: 30-05-2012, 20:06

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come solito niente da dire, mi piace il tuo stile! scorrevole, avvincente, dialoghi interessanti.. Continuaaa! E non posso che quotare pitola per quanto riguarda Dioscuri.
Spoiler:

Stark..lupi...6 bambini.. Cronache del ghiaccio e del fuoco?:invisibile:

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MessaggioInviato: 31-05-2012, 13:57

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Oddio ma è stupendo!!!
Mi sono innamorata di Spettro, come penso sarebbe logico :)
La storia è molto avvincente, mi piace tantissimo!! Per ora... :sospettoso: tongue
L' inconscio le vuole dire che ha preso gli altri 5, per formare i fantastici 6 u.u con i fedelissimi lupi
Mah...
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MessaggioInviato: 31-05-2012, 17:52

Rispondi citando

_Mel ha scritto:
Spoiler:

Stark..lupi...6 bambini.. Cronache del ghiaccio e del fuoco?:invisibile:



Per quanto riguarda i lupi si, ma per il numero dei bambini :rolleyes: dovevano essere quattro, poi volevo aggiungere un dettaglio quindi sono diventati cinque e poi sei per un altro dettaglio... Quanto a Stark... non è che mi piaccia molto, in inglese vuol dire ''rigido'' e non è quello che voglio comunicare... che ne dici di Overbrook? Per il resto si, l'idea base è tratta delle Cronache... le adoro :innamorato:
Comunque a parte la storia dei lupi e due nomi, il resto non si somiglia minimamente.

Sto andando super velox, lo so... troppo?

L'aula di greco è lontanissima, si trova in fondo al secondo piano, così affretto il passo. Salgo gli scalini a tre a tre, sfrecciando davanti ad altri ragazzi che si muovono per raggiungere le loro classi. Alcuni mi additano e mi capita di udire i loro commenti. Quando raggiungo l'aula di greco scopro che la professoressa è in ritardo e che molti sono fuori, che giocherellano nei corridoi o chiacchierano appoggiati al muro.
Entro in classe e prendo posto nella seconda fila, tirando fuori il quaderno di greco e con una matita inizio a scarabocchiare gli angoli di un foglio. Molti parlano ad alta voce, eppure io colgo subito le parole di un ragazzo dietro di me.
- E' Cassandra Overbrook.
- E frequenta la lezione di greco della terza?
- E' un genio in greco! Lo scorso compito ho copiato tutto da lei e ho preso 8.
- E' molto... carina.
- Dillo pure che è una strafiga, lo dicono tutti. Per essere una matricola è incredibilmente ammirata, ma lei non da retta a nessuno. E' scontrosa e acida fino al midollo. Hai visto quel enorme cane all'ingresso?
- Quello bianco?
- E' suo. Se lo porta sempre appresso, si dice che possa staccare una mano a qualcuno se solo lei glielo ordina.
Questa affermazione mi fa sorridere. Certo che potrebbe farlo, ma io non glielo permetterei mai.
- E... tieniti forte... conosci Josie Gray, di quarta?
- La presidentessa del comitato studentesco?
- E rappresentante d'Istituto e Primo Tutor del corso di recupero, si. E' sua cugina.
- Lei? Sei sicuro? La moretta con la faccina dolce e la minigonna a quadri?
- Già!
I due vengono interrotti dall'arrivo della prof. Con aria un po' contrariata fa entrare tutti in classe, apre il registro e comunica l'arrivo di tre studenti nuovi da un'altra classe. Capita spesso che durante il periodo dei recuperi i ragazzi regrediscano di qualche classe, questi probabilmente si trovavano in quarta e sono tornati indietro, esattamente come durante l'anno io sono andata avanti di una classe.
La professoressa vuole fare un ripasso di tutto il programma, che durerà alcune lezioni, perciò chi come me è sufficiente passerà diverse lezioni ad annoiarsi.
Il ragazzo che si faceva raccontare di me è uno dei regrediti, ma non per questo si concentra sulla lezione. Anzi, continua a parlottare con il suo informatore e io continuo ad ascoltare spudoratamente
- Non sembrano neanche lontanamente parenti!
- Be', sono entrambe delle gnocche e sono le studentesse migliori del Brooklyn. Potrebbe essere una cosa di famiglia!
- E se mi presentassi, a pranzo?
- A Cassandra? Sarebbe divertente vedere la sua reazione, ma lei scappa da scuola a pranzo, che cosa faccia non lo so.
- Non se ne accorge nessuno?
- Gli studenti si... ma lei è troppo furba per farsi vedere dai professori.
- Allora all'intervallo! Credo di riuscire a presentarmi bene!
- Provaci, non ti assicuro niente. Molti le hanno chiesto di uscire e lei li ha bocciati tutti con una certa freddezza.
Sbuffo leggermente. Non mi interessa avere un ragazzo. Tanto meno uno stupido e superficiale americano. Non vedo l'ora di finire il liceo, andrò all'università a Roma, tornerò in Italia...
La campana suona presto, mentre la classe cerca ancora di raccapezzarsi fra terza e quarta declinazione e tema in gutturale e dentale. Mi alzo dal banco e mi dirigo subito verso i ragazzi che parlavano di me. Quello che parlava è di seconda e si chiama Simon Abbey, l'altro non lo conosco, ma non sembra molto diverso da tutti gli altri. Li guardo per un istante. – Comunque non è un cane, è un lupo e si chiama Spettro.
Un unica frase, gelida, per fargli capire che non mi interessa conoscerli. Mi giro e esco dalla classe, meditando sugli abissi della stupidità che i ragazzi possono raggiungere.
Adesso ho latino e frequento anche lì frequento la terza classe. Alec entra qualche minuto dopo di me. Mi fa leggermente strano frequentare la sua stessa lezione di latino, lui che è un anno più grande di me. Anche se sono in questa classe da più di un mese ancora non mi sono abituata. Si siede affianco a me, mentre la prof. ci presenta cinque ragazzi che non hanno passato la quarta.
- A quanto pare il latino ha fatto le sue numerose vittime anche quest'anno. – sussurra Alec a mezza bocca, facendomi ridacchiare.
Molti lo guardano ammirati: è raro che qualcuno capisca come prendermi, ma lui è un genio con le relazioni, ha tantissimi amici.
Attiri l'attenzione di tutti, come sempre.
Gli faccio una linguaccia: lui mi rinfaccia sempre la mia ''popolarità'', sa quanto mi dia fastidio essere sotto i riflettori.
Sono... complicata, lo so. Ripenso alla conversazione avvenuta tra i due ragazzi. Mi hanno dato dell'acida, della scontrosa, e io sono così. Se dovessi descrivermi però non saprei spiegare il perchè. Mi sento sempre fuori posto, ovunque mi trovi mi sento inquieta e oppressa. Anche nei momenti di buonumore c'è una parte di me che non si rilassa, che non si scioglie.
Senza farmi vedere pesco il cellulare dalla borsa, sepolto sotto diversi quaderni, e mando un messaggio a Elisabeth. ''Come sono secondo te?'' scrivo velocemente, poi invio. Non mi ha ancora dato una risposta, ma mi sento tranquillizzata. Come se lei potesse risolvere tutto.
Spero che mi risponda per messaggio e che non me ne parli di persona all'intervallo. Sono una codarda. Quando devo parlare con Elisabeth di cose serie le mando sempre messaggi. Come appianare una discussione o spiegarle il motivo per cui ho fatto qualcosa.
Un'altra ora di ripasso vola, so che passerò le ore ad annoiarmi così fino a che non farò l'esame. Ma va bene, è una pacchia non fare nulla. Alec invece è attento, prende appunti e fa qualche domanda. E' un bravo studente, sa che non è risultato sufficiente e cerca di rimediare. Forse per lui i professori faranno uno strappo e gli faranno dare anche latino il trentuno, assieme a tutte le altre materie. Solitamente lo fanno, quando è insufficiente solo una materia.
Quando suona, mi fiondo fuori dalla classe. L'aula di scienze della terra e al piano terra nel corridoio sul retro e per questo sono sempre in ritardo. Il mio orario è impossibile, vado sempre su e giù come una pazza. Elisabeth sostiene che se il prossimo anno mi daranno materie con aule più vicine ingrasserò come una balena.
La mia tasca vibra, messaggio in arrivo. Elisabeth aveva francese e ora ha grammatica inglese e le due aule sono una affianco all'altra. La sua solita fortuna. Avrà avuto tutto il tempo per rispondere.
Raggiungo la classe di scienze appena in tempo, il professore non ha ancora iniziato, alcuni ragazzi entrano insieme a me.
- Ciao! – mi saluta Sylvia, un amica d'infanzia di Elisabeth e Alec. Andiamo abbastanza d'accordo, io, Elisabeth e Sylvia andiamo spesso a prendere un gelato da guastare al parco.
La raggiungo, è seduta nell'ultima fila. – Ciao. Posso? – chiedo indicando il posto che ha affianco. Lei sorride e annuisce. Chiacchieriamo per un po'. Mi racconta dei suoi risultati, di quanto sia soddisfatta, mi chiede come sono andata e mi fa i compimenti. E' una persona spontanea e allegra, così mi sforzo per sembrare altrettanto allegra. Con mia sorpresa ci riesco bene: Sylvia è una che mette a suo agio. Mi parla dei suoi cani: ha due cocker di tre anni, uno color miele e l'altro nero e bianco, io al contrario le racconto di Spettro e lei un po' esita, un po' è estatica per come sono riuscita ad addestrarlo. La lezione inizia in ritardo, perchè il professore esce per prendere il proiettore. Quando ritorna ci zittiamo e seguiamo. E' una lezione di preparazione per l'esame, ci fa domande senza mettere il voto, è una lezione tranquilla, allegra. Chi ha l'insufficienza viene chiamato di più e invogliato a fare domande su quello che non capisce. Quando esco dall'aula ho ancora il sorriso sulle labbra e saluto Sylvia allegramente. E' l'intervallo e mi chiedo se quel ragazzo verrà a presentarsi. Spero che dopo la mia gelida risposta non avrà il coraggio.
Mi ricordo poi di leggere il messaggio di Elisabeth, allora pesco di nuovo il cellulare.
E' un testo lungo. Elisabeth non si è fatta molte domande, non mi ha chiesto perchè le ho fatto quella domanda. Ha scritto. Ha scritto che secondo lei sono una persona riservata e chiusa, che tarda a fidarsi degli altri. Ma dopo che ti fidi sei allegra, sincera, una persona preziosa. Mi commuovo quasi e mi fermo vicino al mio armadietto, poggiandomici contro. Continua dicendo che anche se con gli altri sono acida e scostante, con lei sono sempre stata onesta, sin da quando l'avevo incontrata.


Capitolo 2


- Uno. Due. Tre. Quattro. – cantai. Stavo saltando la corda al centro del parco-giochi cotto da sole, indossavo un vestito verde sotto il ginocchio, era primo pomeriggio e faceva un caldo da morire.
Ero arrabbiata con il caldo: quella mattina Alec si era preso un insolazione e non poteva alzarsi dal divano in cui la mamma l'aveva confinato.
Sylvia era in vacanza in Irlanda, Janey dai nonni. Non c'era nessuno con cui giocare quel pomeriggio, allora giocavo da sola.
Poi ti vidi.
Vidi una bambina di circa sette anni, con i capelli biondi e ricci lunghi fino al sedere, legati in una coda. Indossava un paio di pantaloncini blu corti e una maglietta a maniche corte rossa. Al suo fianco c'era un enorme cane bianco con gli occhi neri, che mi scrutava con attenzione. Fece per avvicinarsi ma la bambina lo richiamò subito. – Spettro! – disse e il cane si fermò e si sedette al suo fianco. Anche così era alto quanto lei.
- Chi sei? – chiesi asciugandomi il sudore.
- Cassandra Overbrook.
Scoppiai a ridere. – Che nome buffo!
La bambina mi guardò corrucciata. – E il tuo quale sarebbe?
- Mi chiamo Elisabeth Jones.
- Della famiglia?
Ero confusa. Non avevo mai sentito nessuno parlare a quel modo. – Tutti a casa fanno di cognome Jones...
La bambina per un attimo fu perplessa e non disse nulla. Volevo che giocasse con me, per farmi compagnia, così attaccai bottone in un attimo, avvicinandomi saltellando. – Perchè porti con te quel cane?
La bambina si irrigidì e urlò seccata. – E' un lupo!
Lo sembra proprio, un lupo! Spero che non sia pericoloso, però. Mi piacerebbe giocarci! Perchè ce l'hai?
La bambina posò una mano paffuta sul collo dell'animale che si girò e le annuso un orecchio, facendola ridacchiare. – E' con me da sempre.
- Ma è cattivo?
Solo quando voglio che lo sia.
Mi avvicinai ancora, poi di soppiatto saltai addosso al lupo bianco, prendendo di sorpresa sia l'animale che la bambina. Per un attimo temetti che mi avrebbe sbranato,invece mi annusò per un secondo e mi diede una lunga leccata al viso.
- Gli piaci. – decretò la bambina.



Capitolo 3


Ho le lacrime agli occhi, lo so. In un sms chilometrico Elisabeth ha trascritto in ogni minimo dettaglio quello che aveva pensato e provato incontrandomi, nove anni prima. Ti voglio bene, c'è scritto alla fine e io mi mordo forte il labbro per non farmi sfuggire le lacrime.
- Buon compleanno, Cassie. – mi sussurra a un centimetro dal viso. E' comparsa di colpo, senza farsi sentire, come sempre.
Dopo una leggera esitazione la abbraccio e la bacio sulla guancia. – E' il regalo migliore che potessi farmi. – esclamo un po' isterica, un po' commossa e un po' non-lo-so.
Ridacchia. – Stavo cercando una scusa per mandartelo, la tua domanda è stata provvidenziale! Meno male che il giorno del tuo compleanno ti fai sempre queste seghe mentali!
Rido anch'io, asciugandomi furtivamente gli occhi, poi la seguo mentre salterella diretta non so dove.
- Che... ciao! – dice salutando qualcuno – facciamo... ehi!... oggi?... ma stai benissimo!
Scuoto la testa. Come Alec, Elisabeth ha la capacità di farsi amare da tutti. Lui è serio, riflessivo e spiritoso, il confidente che riesce a metterti di buon umore, lei la pazza, dolce e intensa ragazza che non puoi fare a meno di amare.
- Tanto hai già programmato tutto, nei minimi dettagli!
Ride ancora, rintracciando infine Sylvia e Marian. Marian è una ragazza che Elisabeth ha incontrato quest'anno, che segue il suo stesso programma di studi basato sulle lingue. Al gruppo si aggiunge anche Alec, del resto siamo accampate davanti al suo armadietto, prima o poi doveva arrivare.
- Ciao! – sorride allegramente. – Fate progetti? – chiede accennando a me. – Auguri, Cassandra. Elisabeth mi aveva proibito di farteli prima. Era sicura che te ne saresti dimenticata.
Faccio spallucce. – Non ragiono prima delle nove. Me ne sono ricordata a greco, ma ho sospettato che Elisabeth avesse in mente qualcosa. Mi aspettavo più imbarazzo e palloncini, in realtà.
Elisabeth ridacchia riprendendo a saltellare. – Chi dice che non ci saranno? Il trenta non è ancora finito. – poi inizia a parlare a raffica, senza neanche darci il tempo di dire nulla. – Potremmo... andare al cinema! Oppure... potresti venire a dormire a casa mia! Oppure potremmo andare a prendere una pizza, o magari alla pista di pattinaggio, ora che ho imparato a pattinare. Magari organizziamo una festa... si! Sarebbe perfetto! Musica, ballo...
Mi blocco. Conosco quel trucco. Ci sono passata troppe volte.
Festa. Elisabeth mi ha organizzato una festa.
- Cos'hai fatto?!
Si blocca. Sa di aver fatto un passo falso. Smette di saltellare e di parlare e cerca una via di scampo. Ma è circondata da Marian, Sylvia e Alec, non riuscirebbe mai a conquistare un vantaggio decente. Allora sorride, per salvarsi la pellaccia. – Non è stata un'idea mia, Cassie...
Certo che è stata un'idea sua, ma non può aver organizzato tutto da sola. So anche chi è la sua complice.
''Ci vediamo a pranzo?''
Josie.
- Lo sai che non mi piacciono le feste, Elisabeth! E ti sei fatta aiutare proprio da Josie, che sai che non ti avrebbe detto di no.
- Come fai a saperlo?
- So anche dov'è. – ringhio. – Al Beautiful Day.
Avanzo, forse per strozzarla, forse semplicemente per farle vedere che sono arrabbiata. Lei sorride ancora. – Sei incredibile, sai? Che hai, la sfera di cristallo?
- Non fare la ruffiana. – dico, preparandomi la ramanzina che vorrei dire. Suona però la fine dell'intervallo e Elisabeth schizza verso il suo armadietto, sapendo che non la inseguirò e non lo faccio. Non la farei mai arrivare in ritardo a lezione, anche perchè ha storia e con l'orribile insegnante che si ritrova...
Sylvia e Marian ci salutano e vanno dietro a Elisabeth, perchè fanno storia con lei.
Sbuffo rimanendo affianco ad Alec. Abbiamo entrambi un'ora buca, da passare in biblioteca o nella sala studio. Mi dirigo in biblioteca, senza dire niente ad Alec, che tuttavia mi segue.


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Andavo a guardare le stelle sul tetto di casa. Mia madre mi rimproverava sempre dicendo che prima o poi sarei caduto e nel migliore dei casi mi sarei rotto una gamba, ma a me non importava. Neanche a Thomas importava. http://www.eragonitalia.it/postt15626


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MessaggioInviato: 01-06-2012, 11:57

Rispondi citando

Carino!Promette bene!!Non vedo l'ora di leggere il seguito!!
Ma non avevi una storia su eragon da continuare, tu?

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MessaggioInviato: 01-06-2012, 13:47

Rispondi citando

sofy28 ha scritto:

Sto andando super velox, lo so... troppo?

Ahaha questa è buona!
Che carina... un messaggio che spiegava come si sono conosciute!! E' un' idea fantastica!!
Mi piace, il personaggio di Cassandra è molto più definito adesso, e il pezzo del capitolo 2 è veramente carino.
La parte in cui scopre della festa mi piace tanto... insomma, potrei citare ogni frase e dire che mi piace tanto
Continua, ti prego, e NON TRATTENERTI sulla velocità
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MessaggioInviato: 07-06-2012, 13:36

Rispondi citando

Me no male che ci sei tu, pitola :innamorato: . Mi sostieni molto.
Comunque, visto che non ci sono obbiezioni (o si :wacko: ?) ho deciso di cambiare il cognome di Cassandra in ''Overbrook''. E' il sopranome di una mia amica e volevo dedicarla a lei :sospettoso:

- Come hai fatto a indovinare? – mi chiede, curioso.
- Conosco Elisabeth da taaanto tempo.
- Ma davvero?! – mi risponde in tono sarcastico. – Io la conosco da prima di te e non l'avrei mai indovinato con la stessa facilità con cui l'hai fatto tu.
- Non ne hai avuto bisogno. – dico fulminandolo. – Tu lo sapevi.
Fa spallucce. – Viviamo nella stessa casa. Lo sospettavo, ma non mi sono immischiato. Sapevo che Elisabeth non mi avrebbe dato retta neanche se le avessi portato una petizione firmata da tutta New York che affermava che ti saresti arrabbiata.
- Ovvio.
Per un attimo resta in silenzio, salendo le scale che portano al primo piano. – Allora?
Sospiro. – Elisabeth organizza tutto con anticipo, sopratutto compleanni e feste varie. Poi, il giorno x, cerca di proporti l'alternativa che ha organizzato sotto tante altre, valorizzandola in quel suo modo adorabile. Sopratutto se l'alternativa che lei ha scelto e che considera migliore per te non ti piace. Improvvisamente diventa l'unica fattibile nel breve preavviso di un pomeriggio che dice di avere a disposizione.
- E come sapevi che tua cugina le ha dato una mano?
- Josie sa che passo l'intervallo del pranzo con Spettro, ma oggi mi ha chiesto se ci saremmo viste a pranzo. Probabilmente voleva avvisarmi perchè sapeva che mi sarei arrabbiata.
- E il Beautiful Day?
- E' il locale dove Josie lavora: lo zio e lo zia stamattina non mi hanno fatto gli auguri, segno che Josie gli ha chiesto il permesso di poterla fare a casa ma loro non gliel'hanno dato. Tuttavia hanno pensato di poter rendere la cosa una sorpresa migliore facendo i misteriosi. Josie dove poteva organizzare una festa per i miei sedici anni, se non nel locale dove lavora?
- Ottime deduzioni, Holmes
- Elementare, Watson. – ridacchio, perdendo un po' del cattivo umore. Alec è Alec, impossibile resistere alla sua affabilità.
Continuiamo a camminare per il corridoio, fino a raggiungere la biblioteca. Entrando salutiamo con un sussurro. Ci sono molti ragazzi, leggono, studiano, scrivono temi e consultano grossi vocabolari. Mollo lo zaino ad un tavolo piccolo e mi dirigo fra gli scaffali. Sto cercando qualcosa che mi aiuti a superare l'esame di epica: saranno tre ore di tema che deve rispecchiare le differenze tra l'Iliade e l'Odissea e io non so una mazza. Curioso qua e là fra gli scaffali dei miti greci, finché non trovo qualcosa di promettente: un saggio che parla dello stile di Omero. Lo porto al tavolo, dove anche Alec si è sistemato. Faccio una smorfia.
- Che c'è? – chiede lui ammiccando. – Non mi vuoi?
Se devo essere sincera, no. Alec è simpaticissimo e gentile, ma è troppo curioso di me. Mette sempre in crisi il mio atteggiamento, ed è per questo che l'ho sempre tenuto un a distanza, più di Elisabeth, nonostante li conosca dallo stesso tempo. Ma non dico niente e lui non dice niente. Mi siedo e incomincio a leggere, lui riguarda gli appunti di latino e cerca di raccapezzarsi con una versione sulla ninfa Eco.
L'ora passa troppo in fretta, niente mi entra in testa. Praticamente su Omero ho capito una sola cosa: è altamente probabile che non abbia scritto né l'Iliade né l'Odissea, ma questo lo sapevo già. Non è dello stile di Omero che mi importa, anche se può essere un'interessante lettura. Nei dieci minuti che rimangono prima che suoni la quinta ora setaccio tutto lo scaffale dei miti epici e accumulo in una pila tutti i libri sull'Odissea e sull'Iliade che mi possono essere utili. Speravo di trovare qualcosa che strutturasse l'esame per me, ma ovviamente è impossibile. Così prendo quelli più promettenti e li presento alla bibliotecaria. Prende il registro della prima del corso Classico e cerca il mio nome. Sono più avanti della metà, Overbrook Cassandra. Non ho nessun libro in prestito. Solitamente preferisco comprare i libri che voglio leggere e quelli che mi servono per scuola li ho già restituiti. Ora dovrò nuovamente sovraccaricarmi di libri per preparare gli esami. La bibliotecaria segna i tre volumi a matita nella riga che mi riguarda, poi rimette il registro a posto nel cassetto e mi fa cenno di andare.
Torno al tavolo, ficco i libri in borsa e saluto Alec. Ora ho matematica e so che se arriverò in ritardo saranno dolori. Mi fiondo fuori dalla biblioteca e scendo al piano terra. Fortunatamente l'aula è dietro l'angolo, così entro, saluto e mi siedo nell'ultima fila, un po' in disparte. Tuttavia non rimango a lungo sola, i due posti a destra affianco a me vengono subito occupati da Edoardo e David.
Edoardo Byron e David Mays sono due ragazzi che ho conosciuto il primissimo giorno di scuola: mentre cercavo il mio armadietto, ruotando la testa e leggendo i numeri dipinti, ascoltavo dal cellulare un po' di musica con le cuffie. Stavo ascoltando Hey Jude dei Beatles e non mi ero neanche resa conto di stare canticchiando le parole. Quando trovai il mio armadietto e lo aprii staccai le cuffie dal cellulare e per un attimo la musica continuò a suonare anche senza. Poi io la spensi, continuando però a canticchiare, mentre riempivo l'armadietto con i libri di testo. Non mi ero neanche resa conto che dietro di me due ragazzi mi stavano guardando e non si perdevano nemmeno una parola della canzone. Quando poi mi resi conto dei loro sguardi mi infastidii, pensando che fossero dei cretini che mi avevano adocchiata, come era già successo nel breve tempo in cui io avevo messo piede lì. Invece mi tempestarono di domande sulla musica, da quanto ascoltavo i Beatles, che altri gruppi mi piacevano, se suonavo qualcosa...
Da allora abbiamo preso sempre più confidenza. Ci lega la passione, che spesso definisco mania, per i Beatles.
Anche adesso, prima dell'inizio dell'ora, mimano una batteria e una chitarra, fingendo di suonare e cantare Getting Better. Sono incredibili.
- Ciao. – saluta Edoardo, il più socievole dei due. David è un po' più timido e tranquillo, spesso è silenzioso anche con me. Entrambi sono carini, ma devo ammettere che David è molto meglio di Edoardo.
- Ciao. – rispondo, cercando di fare un po' la preziosa. Nessuno dei due se ne accorge, sono troppo presi dalla musica, da ciò che stanno cantando e da ciò che potrebbero cantare dopo aver finito. Sono un po' i tipi Don't worry, be happy, ma senza droga.
David si siede affianco a me e Edoardo affianco a lui. Continuano a cantare a a battersi le mani sulle gambe o sul banco, quando poi hanno finito di ''suonare'', Edoardo mi sorride e mi fa gli auguri. Io lo ringrazio, ma non è quello che volevo. Volevo che mi chiedesse cosa stavo gelosamente nascondendogli, ma forse non sono stata abbastanza losca.
- Non indovinerete mai cos'ho trovato da Mostly Music. – dico, sperando di risvegliare la loro curiosità.
Funziona solo in parte, si girano a guardarmi, ma riprendono cantare. Non desisto e giro la faccia, mentre la professoressa inizia a fare il giro dei banchi per controllare che gli esercizi siano stati fatti da tutti.
Allora Edoardo smette di cantare e mi chiede con un sussurro. – Cosa?
Anche David si zittisce e aspetta che risponda. Prendo un respiro teatrale, per tenerli ancora più sulle spine e dico. – Please Please Me.
Entrambi sgranano gli occhi. Please Please Me è il primissimo album dei Beatles, uscito nel Marzo 1963. E' da Ottobre che lo cerchiamo, senza risultato. Sono contenta di averlo trovato io, mi fa sentire molto soddisfatta. Solitamente non andiamo spesso da Mostly Music, ma ieri passavo là vicino e ho voluto dare un'occhiata. E sono stata davvero molto fortunata.
- Ce lo fai sentire questo pomeriggio, andiamo a casa di Dave. – risponde Edoardo. David protesta un po', ma più che altro lo fa per spirito di contraddizione.
Sono entusiasta, ma so che cosa mi aspetta: la festa al Beautiful Day. – Elisabeth ha organizzato una festa...
- Lo sappiamo. – si intromette David. – Ce lo ha detto stamattina. Ma è alle otto, hai tutto il tempo. Abbiamo tutto il tempo. Magari suoniamo anche un po'.
Sospiro, poi pesco il quaderno di matematica e lo mostro alla professoressa, che è arrivata alla nostra fila. Spero che siano giusti, non li ho fatti prestando molta attenzione, così come non presto troppa attenzione al resto della lezione.
- Che cosa stai facendo? – sibila a un certo punto Dave. E' rivolto a con Edoardo, che sta copiando il testo dell'equazione su un a pagina bianca. Ed lo guarda interrogativo, poi da uno sguardo al quaderno. Non riesce proprio a capire che cosa l'amico intenda. – Quello è il mio quaderno di epica. – continua David.
Mi scappa una risatina silenziosa. Sono sempre i soliti, inutile dirlo. Ed è capace di scrivere su qualsiasi cosa stia ferma abbastanza a lungo da dargli il tempo di farlo, senza curarsi di cosa sia, a cosa serva e a chi appartenga. Per lui non esiste un quaderno di una materia e il quaderno di un'altra. Farebbe tutto sullo stesso quaderno, se i professori glielo permettessero. David è un po' più ordinato, se così si può dire. Almeno usa un quaderno per ogni materia, anche se i margini dei fogli, la copertina interna e quella esterna sono piene di disegnini. Alcuni sono opera mia, ma credo siano solo il 5%. La sua grafia poi è illeggibile e disordinata, l'unica cosa che capisco di ciò che scrive sono gli spartiti.
Oggi però sono distratta quanto loro. Faccio gli esercizi confusamente e spesso confrontando i risultati con Edoardo e David mi ritrovo ad aver sbagliato. Più volte invece inizio a scrivere il testo dell'esercizio e mi distraggo guardando fuori dalla finestra. Osservo i rami degli alti alberi muoversi per il vento e mi asciugo il sudore dalla fronte: c'è caldissimo. Anche quest'ora passa in fretta, mentre rimugino sul caldo e sull'estate. Prendo nota degli esercizi da fare a casa e poi scappo fuori dalla classe, facendo un cenno Ed e Dave che non si sono nemmeno alzati dal posto.
La campana del pranzo è diversa da quella che segna la fine di un'ora e l'inizio dell'altra. Quest'ultima è sottile e fa uno squillo secco, che dura circa tre o quattro secondi. L'altra invece ha un suono molto più forte e robusto e suona per dieci minuti buoni, rintronando la scuola. Mentre suona faccio in tempo ad arrivare al mio armadietto, mettere la borsa dentro e dirigermi verso l'aula di scienze, sul retro.
Quasi nessuno lo sa, ma affianco all'aula di scienze c'è il magazzino del giardiniere, un bugigattolo buio e pieno di scope e rastrelli. Questo stanzino ha una doppia uscita, che da sul retro della scuola. Il giardiniere la usa sempre per non dover fare tutto il giro della scuola, e cerca sempre di non farsi vedere. Purtroppo per lui Spettro l'ha scoperta e io la uso sempre. Cerco di essere cauta anch'io: osservo ragazze e ragazzi che escono dall'aula e aspetto appoggiata affianco alla porta. Quando sono sicura che se ne sono andati tutti giro l'angolo e entro nello stanzino. E' buio, ma non accendo la luce, mi lito ad allungare le mani e a avanzare cautamente di qualche passo. Raggiungo subito la maniglia di plastica della porta e la giro. Sono fuori in un attimo, nel retro del cortile, affianco alla palestra. Nessuno viene qui, tranne forse qualche ragazzo con meno di sedici anni per fumare senza essere visto. Io sono veloce, attraverso il cortile, raggiungo il prato, falciato alla perfezione, e scavalco il muretto che delimita la scuola. E' un po' alto, ma facile da scavalcare.
Atterro silenziosamente sulle punte dei piedi e con le ginocchia leggermente flesse. Il muretto è abbastanza alto da coprirmi tutta anche in piedi, quindi mi raddrizzo senza problemi e mi guardo intorno. Lancio un fischio soffuso, poi uno più sonoro. Spettro appare da dietro l'angolo: era ancora davanti al cortile anteriore ad aspettarmi. Si avvicina a me di corsa e quando mi raggiunge sembra quasi che stia ridendo per la felicità. Mi ficca il naso nel palmo e io gli gratto la testa e le orecchie. Poi, lanciandomi un prudente sguardo alle spalle, mi incammino nella direzione opposta alla scuola. Mi dirigo verso l'Amersfort Park, il Parco Amersfort (mi esercito spesso a tradurre i nomi inglesi in italiano, quando possibile, mi aiuta a non dimenticarmi la lingua di mia madre).
Cerco di portare Spettro nei parchi il più possibile, so che ha bisogno di correre, muoversi. Amersfort Park è molto piccolo, per la media di New York, ma è il più vicino a scuola. Mi metto le cuffie, faccio partire Getting Better e mi incammino. Spettro mi segue camminando alla mia velocità, anche se so che, dopo cinque ore seduto ad aspettarmi, muore dalla voglia di correre. Così accelero il passo, per arrivare il prima possibile. E' abbastanza vicino e ci mettiamo dieci minuti a arrivare. Quando vede l'ingresso del parco, Spettro emette una specie di guaito di gioia e corre per tutta la poca strada rimasta. Si fionda nel parco e io devo correre per non perderlo di vista.
C'è qualche persona seduta sulla panchine, che legge. C'è anche una coppietta che passeggia mano nella mano, c'è un cane che guarda Spettro terrorizzato, ma il lupo bianco non se lo fila minimamente. Mi incammino per il sentiero, mentre Spettro attira l'attenzione di qualche altra persona. Altri invece, che vengono qui tutti i giorni, sono abituati a vederlo e non ci fanno quasi caso.
Muoio di fame. Sono abituata a saltare il pranzo, dato che nei giorni di scuola porto sempre Spettro qui. Però il mio stomaco, altrimenti denominato pozzo senza fondo da Josie, sente il bisogno di riempirsi massimo ogni tre ore, quindi ora brontola. Continuo a camminare, prendendo boccate d'aria fresca e ascoltando la musica, senza perdere d'occhio Spettro. Scelgo una canzone coinvolgente, non voglio pensare. Sono inquieta, più del solito. Oggi che è il mio compleanno, dovrei essere felice. Insieme agli altri, con Dave e Ed, con Alec, con Josie, ho provato quella sensazione che ti fa sentire leggera come l'aria, ma ora che sono sola, non la sento più. Forse era talmente leggera che è volata via come un palloncino.
Spettro corre e abbaia, passa da una parte all'altra del parco. Si diverte un po' a inseguire uno scoiattolo. Sa cacciare, lo sa fare d'istinto come tutti gli animali selvatici, e spesso ha ucciso qualche piccolo animale. L'ho visto mangiare la carne cruda, come un lupo feroce. Succede di rado, perchè in un certo senso è abituato alla città e a mangiare quello che gli diamo noi, ma a volte l'istinto ha la meglio.
Per un attimo mi domando come l'ho avuto. Sento un senso di vuoto, perchè non ne ho la minima idea. E' sempre stato con me, da quando sono andata a vivere dagli zii.
Avevo tre anni quando sono andata a vivere con la zia Grace e lo zio Antonio. Abbiamo vissuto quattro anni in Emilia Romagna, poi ci siamo trasferiti a New York, dove lo zio andava spesso per lavoro. Ci siamo trasferiti per il lavoro dello zio, la sua azienda gli ha proposto un trasferimento e per evitare viaggi continui ha accettato.
I miei genitori sono morti quando avevo tre anni, in Inghilterra, a causa di un terremoto. Questo è quel poco che mi ha detto la zia, e tirarglielo fuori è stato alquanto duro. Me lo disse quando avevo dodici anni, dopo che mi ero stancata di tutte le domande dei miei coetanei. La zia mi disse anche di non chiedere mai allo zio, che era particolarmente legato a mia madre.
Spettro mi distoglie dai miei pensieri guaendo. Capisco subito perchè: una lucida farfalla arancione gli si è posata sul naso e batte le ali pigra. Il lupo abbaia e l'insetto vola via spaventato. Ridacchio, ringraziando il mio lupo. Non avrei dovuto soffermarmi su questi pensieri. Non fanno altro che deprimermi. Meno male che avevo deciso che non volevo pensare.
Guardo l'orologio. 14.00... mi ostino a tenere l'orologio del cellulare impostato sulle ventiquattro ore, a dispetto delle dodici ore americane. Comunque devo andare, la pausa pranzo finisce alle due e un quarto, quando inizia l'ultima ora di lezione... fortunatamente il lunedì, il mercoledì e il venerdì facciamo sei ore, invece che sette.
- Spettro? – chiamo il lupo, che si è allontanato per inseguire la farfalla che l'aveva ''molestato''
L'animale lancia un ultimo ululato alla farfalla che sembra sbeffeggiarlo, svolazzandogli davanti al naso e allontanandosi ogni volta che cerca di azzannarla, poi mi raggiunge. Ansima con la lingua all'infuori e mi lecca la mano inerte sul fianco. Usciamo dal parco con lo stesso passo veloce di come ci siamo entrati, con la differenza che stavolta Spettro non smania. Non lo biasimo, per un animale come lui il moto non è mai abbastanza.
La scuola si avvicina in fretta, troppo in fretta. Sia io che Spettro siamo troppo irrequieti per separarci, ma lo faremo lo stesso. Ci fermiamo nel punto in cui ho scavalcato e ci scambiamo uno sguardo. Gli gratto il muso. – Aspetta. Solo un'ora.
Guaisce. Io lo gratto ancora, poi scavalco nuovamente, guardandomi sospettosamente intorno. Il ritorno è un po' più difficile, perchè non posso controllare in un posto riparato chi passa prima di sbucare fuori all'improvviso. Ma ce la faccio, come sempre. Qualche volta in realtà mi hanno beccato, ma me la sono cavata con una piccola punizione dicendo che volevo fare uno scherzo al bidello.
E adesso ho ginnastica, cosa che mi preoccupava da stamattina. Ho dimenticato la tuta, l'avevo portata a casa qualche giorno fa per lavarla. La campana non è ancora suonata, ho ancora cinque minuti per cercare Elisabeth e chiederle la sua, abbiamo più o meno la stessa taglia.
Tutti gli armadietti sono al piano terra, solo che il suo è al lato opposto del mio. Mi ci dirigo a passo svelto.
Quando mi vede, Elisabeth si irrigidisce, non ha dimenticato che sono arrabbiata con lei. – Ciao. – dice affabilmente Improvvisamente è tranquilla.
- Mi presti la tuta? Ho ginnastica tra... due minuti. – dico guardando il cellulare.
Il sorriso si fa più grande. – E che mi dai in cambio?
- Un elisir di Rocchetta?
Ride. Un estate è venuta in vacanza in Italia con me e guardando la TV quella pubblicità l'aveva colpita, forse per la faccia malefica della suora. Le avevo tradotto lo slogan e non se le mai dimenticato. Cerco di addolcirla con questo, ma so già dove vuole andare a parare. – Bel tentativo, ma non basta. – fa una pernacchia. – Ti voglio al Beautiful Day, lavata, truccata, profumata. Bella. E vogliosa di festeggiare.
Sbuffo. Lo sapevo. – Ci stavi pensando su o ti è venuto spontaneo?
- Ho avuto per pensarci un minuto, da quando ti ho visto a quando mi hai parlato della Rocchetta. – rimango in silenzio. – Sai, quando vuoi un favore hai sulla faccia un'espressione inconfondibile. Sembra proprio dire ''ho-bisogno-di-un-favore''. E' stato questo a farmelo venire in mente.
Sbuffo di nuovo. Sto valutando cosa sia peggio: andare alla festa o prendere una nota dal professore di ginnastica. Non mi distruggerà certo una nota, ma Elisabeth troverà un modo per convincermi. – Hai già detto praticamente a tutti i miei e tuoi conoscenti che ci sarà questa festa. – fa per protestare. – David lo sapeva.
Ridacchia. – Si, lo sanno tutti. – infila una mano nell'armadietto ed estrae la tuta: una maglietta bianca con disegnato in giallo un'aquila stilizzata e un paio di pantaloncini più o meno aderenti sotto il ginocchio. Non ha alcun dubbio che accetterò di venire, non mancherei mai una lezione di ginnastica, adoro il moto fisico.
- Comunque David è davvero un gran bel ragazzo. – afferma mentre mi volto. – Sei davvero fortunata!
- Elisabeth, ti prego. – dico disgustata senza neanche voltarmi. – Non mi interessano i ragazzi.
- Dovresti prendere in considerazione l'idea di essere lesbica. – dice. So che sta scherzando, ma la rabbia mi monta lo stesso nel petto. Lei continua, senza fiutare il pericolo. E' sempre stata un impavida. – Voglio dire, con tutti quelli che...
- Elisabeth.
- ... che praticamente ti muoiono dietro!
- Elisabeth. – ripeto. Non ho alzato la voce, né mi sono mossa, né ho fatto alcun gesto che potesse bloccarla. Ho semplicemente parlato con un tono freddo. Insensibile. Piatto. Mi allontano, senza aggiungere altro.


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Andavo a guardare le stelle sul tetto di casa. Mia madre mi rimproverava sempre dicendo che prima o poi sarei caduto e nel migliore dei casi mi sarei rotto una gamba, ma a me non importava. Neanche a Thomas importava. http://www.eragonitalia.it/postt15626


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MessaggioInviato: 07-06-2012, 23:30

Rispondi citando

Mi piace il personaggio di Cassandra, è enigmatico e scostante al punto giusto! Overbrook non mi dispiace come cognome, a mio parere è più azzeccato di Stark. Attenzione solo con la lunghezza, nel senso.. hai già scritto tanto e sono passate solo poche ore, quindi dovresti continuare su questa linea:) Parlo per esperienza perchè molte volte mi ritrovo a scrivere cose lentissime e poi ad accelerare di colpo ed alla fine l'effetto complessivo non è granchè.
Comunque, come sempre brava! Continua!:)
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MessaggioInviato: 08-06-2012, 13:52

Rispondi citando

Che bello, hai postato!! :D
Appena ho visto la fiammella illuminata della tua ff ho fatto salti di gioia!
Allora, Overbrook mi piace molto di più come nome, ed è carina l' idea di dedicarlo :happy:
Spettro mi piace sempre di più, di pari passo con la protagonista, che, sinceramente, nel primo capitolo mi sembrava un' asociale emo depressa. Invece ha anche un cuore ed è simpatica :)
Non ho nessunissima critica da farti, continua così con questi capitoli lunghi e meravigliosi!! :)
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MessaggioInviato: 12-06-2012, 20:37

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Un pezzo al volo :laugh: finalmente la storia inizia a movimentarsi :)

Inizio a correre appena svoltato l'angolo del corridoio. Tutti sono andati in classe, nei corridoi non è rimasto quasi nessuno. Perchè Elisabeth si impiccia così? Le mie decisioni non sono affari suoi.
Non ho poi così tanta voglia di fare ginnastica. Arrivo nel mio armadietto e butto la tuta dentro. Se si stropiccia non sono affari miei. Sbatto la porta dell'armadietto e pesco il cellulare dalla tasca dei jeans. Mi metto le cuffie e faccio partire la musica, riprendendo a camminare per i corridoi. Mi siedo sulle scale che portano al primo piano. Ovviamente l'assenza verrà comunicata alla zia, ma me ne sbatto. Può anche mettermi in punizione, per quel che mi frega. Magari mi grazierà perchè è il mio compleanno.
- Ehi. – alzo lo sguardo. David. E' in piedi davanti a me, con uno sguardo interrogativo dipinto in faccia. – Che fai?
- Salto educazione fisica. Tu?
- Ho un'ora buca.
''David è davvero un gran bel ragazzo...''... distolgo lo sguardo. Forse lui capisce che c'è qualcosa che non va, forse no, comunque si siede affianco a me e mi fa un cenno. So cosa vuole: gli passo una cuffia. I Me Mine si conclude e inizia Eleanor Rigby. Sospiro e lui ridacchia. Sa che penso che la voce di Paul McCartney sia tremendamente sexy. Quando canta non particolarmente, ma quando inserisce versi parlando... mio Dio!
- No, she is in the big time. – dico quando l'altra canzone inizia.
- In the USA. – continua lui ridendo.
Una volta, a casa di Edoardo lui aveva cantato ''No, she the big town is.'' confondendosi completamente. Da allora, quando sentiamo Honey Pie, io e Ed lo prendiamo in giro.
Ascoltiamo una canzone dopo l'altra così. La musica un po' mi calma, facendomi dimenticare la rabbia contro Elisabeth, ma non le sue parole. Dave è davvero bello, ha il viso pulito, i tratti decisi. I suoi occhi sono castano chiaro, caldi, i capelli corti e neri. Ha un bel sorriso, che però si vede raramente. Mentre molte persone che conosco, Elisabeth, Ed, Alec, Sylvia, Josie, hanno un sorriso tutto denti, Dave sorride appena. Come me, come le persone che hanno avuto poco da sorridere.
La madre di Dave è morta in un incidente d'auto quando Dave aveva sei anni. In macchina c'era anche lui, come testimonia la lunga cicatrice bianca che parte dalla tempia sinistra fino al sopracciglio destro. Da allora suo padre è stato distante, si affoga nel lavoro.
Spengo la musica. – Pensi mai a tua madre? – chiedo, guardando il gradino davanti a me. La mia stessa voce mi suona lontana.
Dave mi guarda. Non risponde subito, ma quando lo fa la sua voce suona distante come la mia. – Ogni giorno, succede qualcosa che vorrei poterle raccontare.
- E oggi cos'è successo?
Sorride. Un sorriso amarissimo e bieco. – Ancora niente.
Non ricambio il sorriso. Non è un sorriso fatto per essere ricambiato, è un sorriso tirato fuori per non piangere, il sorriso che utilizzo anch'io quando dico che sto bene e invece vorrei morire. – Ti ricordi il suo viso?
- A volte, quando cerco di immaginarla, i suoi tratti mi scivolano in mano come acqua, e mi rendo conto che sto cominciando a dimenticarla. E ho paura che un giorno cercherò di richiamare alla memoria la sua voce, i suoi occhi, il profumo dei suoi capelli, e mi renderò conto che non la ricordo più.
- E invece ci sono quei giorni in cui il suo viso è talmente reale che è il resto che sembra un sogno. – continuo. – So com'è.
Dave mi guarda. Sa cos'è successo ai miei genitori. Lo sanno tutti, ma lui è l'unico che l'abbia saputo da me. – Hai mai dei momenti in cui ti sembra di non poter andare avanti? In cui sei sull'orlo del baratro e il tuo unico pensiero è che le tue mani sono troppo stanche per reggerti ancora?
Sempre. – Talmente spesso che certe volte mi guardo allo specchio e mi chiedo come faccio a essere ancora viva.
Si passa una mano nei capelli. Quel gesto stanco dimostra quando quella conversazione lo sfinisca, ma come me non riesce a smettere di parlarne. Non riusciamo a fare a meno di gettare sale sulle nostre ferite. – A volte mi chiedo che cosa vorrebbe da me. Mi chiedo se avesse approvato il liceo che ho scelto, se le sarebbe piaciuto vedermi suonare. Vorrei sentirla sgridarmi una notte in cui torno a casa ubriaco e vorrei vederla soddisfatta per un mio bel voto.
Io non ho questo problema. La zia ha ricoperto questo ruolo per me, è stata una madre così come lo zio è stato un padre. Però in un certo senso capisco.
Non posso consolarlo, così come lui non può consolare me. Non ci sono parole. Non ci saranno mai. Rimaniamo a guardarci. Con lui non ho bisogno di nascondermi. Niente barriere, il mio dolore e le mie emozioni possono essere espresse a parole. Però... La campanella ci fa sussultare entrambi. Ci dirigiamo verso i nostri armadietti, che sono vicini, in silenzio. Ho una versione lunghissima di greco, perciò nello zaino porto il libro e il quaderno, assieme a quello di matematica. L'uniforme di ginnastica di Elisabeth scivola fuori, io l'appallottolo stretta e la rigetto dentro. – Fanculo.
- Non mi pare il caso. – dice una voce sottile. Elisabeth.
- Non solo è il caso, ma sono tentata anche di bruciarla.
- La lezione è andata male? – chiede innocentemente.
La guardo, impassibile. – Guardami. Sto ridendo?
Scuote la testa, fingendosi impressionata. – No.
- E tu stai ridendo?
Sfodera un enorme sorriso, bianco contro la carnagione abbronzata. – Si.
- Non farlo. – ringhio.
Elisabeth solleva un sopracciglio. Quanto vorrei saperlo fare. – Finito? – aspetta. Io non dico nulla. – Passo a prenderti alle cinque e mezza. – si gira e fa per andarsene.
Mi costringo a richiamarla – Elisabeth?
Gira il visetto malefico. – Si?
- Non so che mettermi. – ammetto.
Sfodera un altro sorriso a cinquanta denti. – Non è un problema. – si gira di nuovo.
- Elisabeth?
Si rigira. – Eh?
- Scusa.
Sorride, stavolta in modo caldo e sincero. – Mi vendicherò stasera. Sfida all'ultimo Gin&Tonic!
Scoppio a ridere e finalmente la lascio andare. Sto molto meglio dopo essermi scusata. Alle mie spalle Ed e Dave si danno di gomito a vicenda e ridono. – Quella ragazza è una forza. – ride Edoardo.
- Una capace di tenerti testa non si vede spesso – continua David.
Li fulmino tutti e due. – Andiamo.
Usciamo dalla scuola insieme, diretti verso casa di Dave. Fischio e Spettro arriva di corsa. Mi abbasso per abbracciarlo e lui me lecca il viso, uggiolando di felicità. Poi rivolge uno sguardo sospettoso ai due ragazzi e annusa l'aria. Quando riconosce l'odore si calma e anzi emette qualche guaito di riconoscimento.
Tutti nel cortile della scuola mi stanno guardando. Schiocco le dita e Spettro emette un ringhio tetro, proprio come gli ho insegnato. Molti si spaventano, tutti distolgono lo sguardo. Io esco dal cortile, raggiungendo Ed e Dave che mi hanno superata, troppo occupati a parlare di I Want to Break Free dei Queen per accorgersi di altro. Ridacchio. – Bravo.
Ed e Dave continuano a discutere animatamente. Li ascolto senza intervenire, mi diverte starli a sentire.
Casa di Dave è vicina, non dobbiamo nemmeno prendere la metropolitana. Abita in un palazzo, al terzo piano.
- Sei sicuro che a tuo padre non dà fastidio? – chiedo quando saliamo le scale. Mi riferisco a Spettro, che sale dietro di me. In realtà so che suo padre è in casa a malapena otto ore al giorno e cioè quando dorme, infatti Spettro qui è sempre il benvenuto. Ma ogni tanto chiedo.
- Tranquilla, può entrare. Finché non si mangia la mia batteria.
Ridacchio, anche se lui sembra serio. Quando parla della sua batteria ha un tono semplicemente idilliaco, come se stesse descrivendo gli strumenti degli dei.
Apre la porta con un mazzo di chiavi tre chiavi e un portachiavi di Freddy Mercury che gli ho regalato io. – Todd? – chiama. La sua voce riecheggia per la casa, senza avere risposta.
Spettro entra al mio fianco, riconoscendo la casa. Ed sta canticchiando qualcosa, ma io mi sono distratta guardando una foto appesa alla parete. E' la madre di David, con i capelli castano scuro del figlio e gli occhi decisi ma dolci. E' bella, con i tratti più delicati del figlio. La vorrei anch'io una foto di mia madre, anche se ricordo il suo viso a memoria.
La camera di David è grande, con uno scaffale con dei libri, il letto, l'armadio e la scrivania. Nient'altro. Sembrerebbe vuota, senza la chitarra, la batteria e il pianoforte elettrico.
Spettro si siede vicino alla porta. ''Sembra che faccia la guardia.'' disse una volta Dave. Forse è davvero così.
Ed e io ci togliamo le borse e le buttiamo in un angolo per terra, assieme ai giubbotti. Dave molla tutto su una sedia e si mette davanti alla batteria, impugnando le bacchette di legno. Edoardo prende la chitarra e si siede sulla sedia libera vicino alla batteria. Quella sedia è praticamente la sua sedia, neanche Todd ci si siede.
Io invece mi siedo per terra, con la schiena poggiata contro il letto. Non suono quasi mai con loro, forse perchè non mi va di mettermi fra loro due: suonavano assieme molto prima di conoscermi.
Sia la batteria che la chitarra sono Gretsch, una buona marca americana. Fossi stata in Dave avrei scelto qualcosa di inglese, ma lui si era letteralmente innamorato di quella chitarra classica rossa, come quella di John Lennon.
- Merda. – dice Ed strizzando gli occhi per vedere le corde. – Non ho gli occhiali.
- E quando mai li hai? – scherzo. Anche se ha l'abitudine di accordare sempre la chitarra prima di suonare si dimentica di portarsi appresso gli occhiali da lettura, tanto che ne ha un paio a scuola e un paio a casa. Prendo la chitarra che mi sta porgendo per accordargliela. Non so suonare tutti gli strumenti, ma conosco la perfetta manutenzione per ognuno di essi. So persino accordare un pianoforte o oliare un archetto di violino.
Stringo o allento le corde, provando le note con il plettro nero che ho nella tasca dei jeans, rifiutando quello che Ed mi porge. Dave usa degli orribili plettri di nylon grigi.
- Perchè ti porti quel plettro appresso? – chiede Dave.
Il la minore è del tutto stonato. Se ieri Dave aveva accordato quella chitarra, Ed l'ha avuta in mano abbastanza a lungo da rovinare il suo lavoro.
Faccio spallucce. – Così. Perchè?
- Perchè vedertelo usare è tremendamente sexy.
Lo guardo stupita. E' serissimo. Ed ridacchia. – Devo lasciarvi soli?
Dave sorride e rido anch'io. Probabilmente scherzava. – Se ne sentirò il bisogno ti avvertirò.
Restituisco la chitarra a Ed. Lui la prova e annuisce, soddisfatto. Nonostante non veda perfettamente le corde senza occhiali ha un orecchio mostruoso: quando Dave va fuori tempo se ne accorge immediatamente, e Dave va fuori tempo molto discretamente. Cioè, massimo sbaglia di una semicroma.
Iniziano a strimpellare. Nessuna canzone, solo un motivetto inventato sul momento. Ed pizzica le corde della chitarra e Dave si adegua al ritmo, percuotendo specialmente i piatti. Entrambi si inventano qualcosa da cantare sul ritmo goffo appena inventato. Frasi quasi senza senso, che li fanno ridacchiare.
Dave non ha una voce particolarmente bella, ma è abbastanza intonato. Ed invece ha una voce più bella, di un'ottava più alta di quella di Dave.
Ed rallenta improvvisamente e Dave si blocca, ascoltando la vibrazione dei piatti che si perde lentamente. Poi Ed riprende a suonare, ma stavolta non sta inventando, suona l'inizio di Get Back. Sta sbagliando il tempo, è più veloce. In più con la chitarra non rende bene, ci vorrebbe un basso. Mentre lui rallenta, per cercare di coordinarsi con Dave, mi alzo e prendo il tanto attesto Please Please Me dalla borsa. Metto il disco nello stereo di Dave. La prima canzone parte, When I Saw Her Standing There. Sia Ed che Dave si fermano e tacciono, per ascoltare. La canzone è bella, così come la seconda. Alcune non mi piacciono molto, P.S. I Love You la adoro già, anche se l'ho sentita una volta sola. Quella che mi stupisce di più è Boys, cantata da Ringo Starr. Ringo Starr canta pochissimo in quasi dieci anni di carriera, ma devo ammettere che Boys non è niente male!
Vorrei rimanere a casa di Dave tutta la sera, ma so che se darò buca a Elisabeth ne sarebbe delusa. Non stravedo per le feste: prima che inizino mi sento tremendamente in ansia. Durante la festa mi diverto, sarebbe impossibile non farlo con Elisabeth, ma prima... tutta quella gente... forse soffro un po' di claustrofobia. Essendo amica di Elisabeth poi le feste non mi mancano: da quando ha compiuto sedici anni abbiamo partecipato a tipo dieci feste... e sono passati solo cinque mesi!
Guardo l'orologio: sono le quattro, Elisabeth viene a prendermi alle cinque e devo anche arrivare a casa.
- Vado. – dico semplicemente. Entrambi mi salutano, Dave non ha bisogno di venire ad aprirmi la porta: conosco casa sua quasi meglio di casa mia.
Spettro mi segue tranquillamente, le sue unghie che picchiettano sulle mattonelle. Esco dal palazzo e respiro a piani polmoni. Mi ficco le cuffie nelle orecchie, faccio partire la musica e inizio a camminare, diretta verso la fermata della metropolitana vicina alla scuola. Scendo le scale che portano sottoterra, infilo l'abbonamento nell'apposita fessura e il cancelletto si apre. Il primo treno che passa a casa mia arriva fra tre minuti, come dice il tabellone luminoso vicino ai binari.
Nelle mie orecchie Hayley Williams si sta sgolando, accompagnata dalle chitarre e dalla batteria. La sua bellissima voce copre il rumore del treno opposto a quello che aspetto, ma ormai si sta spegnendo quando arriva il mio. Salgo, seguita fedelmente da Spettro, che attira i soliti sguardi allibiti. Ignoro tutti e visto che lo scompartimento è pieno rimango in piedi, tenendomi a una sbarra di metallo. Il lupo bianco si siede ai vicino ai miei piedi, prima di cadere. Se resta in piedi perde l'equilibrio come un essere umano.
La voce metallica annuncia tutte le fermate, ma con le cuffie non la sento, così guardo fuori dal finestrino, leggendo ciò che c'è scritto sui cartelli nelle altre fermate. Casa di David è a otto fermate dalla mia, per cui dopo poco posso scendere. Sono nella stessa fermata di stamattina. Sembra un posto completamente diverso, ora che è vuota. Sono solo tre le persone che aspettano di salire e solo io devo scendere. Del resto questo è un quartiere periferico di Brooklyn.
Mi avvio verso le scale, non vedendo l'ora di arrivare a casa e togliermi le scarpe. I piedi mi bollono. Salgo i primi cinque scalini, per poi accorgermi che Spettro non è più al mio fianco. E' rimasto ai piedi delle scale e ringhia a un ragazzo sceso dal treno di cui non mi ero accorta.
Lo guardo, incuriosita. Ha un viso particolare, pallido e sottile, con i lineamenti decisi, addolciti da un sorriso sghembo che mostra appena i denti bianchi. Ha i capelli folti, un po' lunghi e mossi, neri come la pece. Ma la cosa che attira di più il mio sguardo sono gli occhi, grandi e azzurro chiaro, quasi ceruleo. Forse è la luce, ma sembra abbiano qualche pagliuzza verde.
Ehi, per caso ci conosciamo?
I miei pensieri vengono interrotti da Spettro, che continua a ringhiare. E' lontano da lui, quindi non sente l'odore del ragazzo. Non sa determinare se sia amico o nemico, ma è sicuramente uno sconosciuto, e con quel lungo ringhio gli sta intimando di andarsene.
Il ragazzo mi rivolge un occhiata, poi fa un passo avanti, e un altro. Non so che cosa vuole fare, penso subito che voglia aggredirmi, per quanto possa essere strano. Comunque, se continua a avvicinarsi Spettro lo attaccherà.
Infatti il ragazzo continua ad avanzare e Spettro balza. I muscoli duri sotto il pelo bianco si tendono e il lupo fa un salto in avanti, intenzionato ad attaccare il tizio. Ma una figura nera gli salta addosso da sinistra, prendendolo di sorpresa. I due lottano ferocemente, tanto che distinguo solo le figure: pelo nero e pelo bianco.
Sento guaiti di dolore, ma non capisco se siano di Spettro. La mia sicurezza è svanita, niente aveva mai potuto tenere testa a Spettro. Sto per muovermi, anche se non so che cosa voglio fare. Magari urlare.
Ma lui mi precede: la sua voce schiocca come una frusta. – Cagnaccio!


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MessaggioInviato: 13-06-2012, 13:48

Rispondi citando

:ahhhhh: Credimi, sto disperatamente cercando qualcosa di intelligente da dire, ma non mi viene niente.
Cosa si può dire?
A parte che ho deciso di non commentare più il modo con cui scrivi, l' uso delle parole, perchè so che dicendo che sei fantastica diventerei ripetitiva e monotona.
Quindi, mi intendo pochissimo di musica ma mi piace come parli delle canzoni, del legame musicale che c'è tra Ed, Dave e Cassandra, e la parte in cui racconti della storia di Dave è triste e imprevista. Bello.
Non vedo l' ora di leggere della festa, perchè so che succederà qualcosa di imprevisto, e perchè magari conosceremo meglio la cugina di Cassandra, di cui non mi ricordo il nome. :rolleyes:
Per quanto riguarda l' ultima parte... non mi pronuncio più di tanto, ma sappi che se il lupo nero fa del male a Spettro perderà tutta la mia eventuale stima, lui e il proprietario. u.u
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MessaggioInviato: 18-06-2012, 16:51

Rispondi citando

Okay... temo l'ira di pitola per ciò che il misterioso ragazzo e la sua belva potrebbero fare a Spettro... ecco il post e vediamo se pitola ucciderà il caro sconosciuto :rolleyes:


CAPITOLO 4

E all'improvviso sono di nuovo sulla neve, coperta da grandi alberi e circondata da altri bambini. Proprio alla mia destra c'è il bambino con quei capelli neri. E quegli occhi. Azzurri chiarissimi, quasi cerulei. Con qualche rara pagliuzza verde. E quella parola: Cagnaccio...
Guardo quel ragazzo. Alto. Bello. Avrà al massimo due anni più di me. Possibile che sia lo stesso bambino del mio sogno?
L'animale si stacca da Spettro. Ora che è fermo lo vedo bene: è un lupo come il mio, stesse dimensioni, stessa specie. Ringhia verso Spettro, ma non lo attacca. Gira il grosso muso e guarda il ragazzo, poi si siede per terra, osservando il mio lupo sospettosamente. Al contrario Spettro lo annusa e... comincia a leccarlo. Gli lecca il pelo dove lo ha morso, quasi amorevolmente, per quanto può esserlo un lupo. E l'altro lupo lo annusa pacificamente, ogni segno di ferocia scomparso.
- Mi dispiace per Cagnaccio. – dice il ragazzo. Sta parlando con me – E' molto turbolento. Attacca spesso.
- Ti stava proteggendo... – dico con un filo di voce. Mi sembra assurdo... un altro ragazzo che ha un lupo come il mio, che lo protegge come Spettro fa con me...
Ho paura di lui, una sensazione quasi estranea. Non ho mai dovuto temere nulla nella mia vita. Posso anche andare a fare una passeggiata alle tre di notte, che nessun male intenzionato mi si avvicina. Hanno troppa paura di Spettro. Certo, una volta mi è capitato che due uomini cercassero di aggredirmi dopo aver cercato di uccidere Spettro con una bottiglia di vetro rotta. Spettro si è occupato del primo, io del secondo. Quella volta avevo avuto paura e non avevo osato uscire neanche alle cinque di pomeriggio per una settimana. Poi avevo ritrovato il coraggio... fino alla volta successiva, quasi un anno dopo... anche quella volta erano due, ma io non avevo neanche alzato un dito... era stato Spettro a fare tutto.
Dopo esperienze del genere, è strano per me spaventarmi in pieno giorno e davanti a un solo ragazzo. Però ho paura lo stesso.
- Sei Cassandra vero?
Come fa a conoscermi? E' forse uno stalker? E se voleva aggredirmi perchè ha richiamato il lupo? – Che ne sai? – chiedo. Parlare è praticamente l'unica cosa che riesco a fare. Ho sempre snobbato i personaggi dei film, che davanti a un pericolo incombente rimangono fermi a guardarlo e tu nella tua testa pensi ''Che problema hai?''. Ma ora capisco la paura paralizzante. Le gambe mi tremano come ramoscelli secchi.
- Ti cercavo. Ti ricordi di me? Io mi ricordo di te.
- Chi sei?
- Mi chiamo James, ma tutti mi chiamano...
- Jam. – Non so perchè l'ho detto. Ma quella frase ha fatto scattare qualcosa nella mia testa ''Mi chiamo James, ma tutti mi chiamano Jam''.
Sorride. Ha un sorriso bianchissimo, con il canino sinistro scheggiato, che rende quel sorriso perfetto ancora più adorabile. Sto per svenire, ne sono sicura. La testa mi gira talmente tanto che sicuramente sto per vomitare. Il cuore mi batte talmente forte che sono sicura stia per scoppiare. – Sapevo che ti ricordavi di me, Chess
Chess. Nessuno mi chiama così da quando avevo tra anni. Era come mi chiamava la mamma, il nome in inglese del suo gioco preferito, gli scacchi, che suonava un po' come le prime lettere del mio nome ''Cass''.
Indietreggio sul gradino dietro di me. Il tallone sbatte contro il cemento, forte, e il dolore mi rende stranamente cosciente, spazza via lo shock e mi fa muovere – Spettro! – chiamo e riprendo a salire le scale, di corsa. Sento un ticchettio di artigli sul cemento e spero sia Spettro e non l'altro... Cagnaccio.
Quando arrivo fuori il sole mi batte sugli occhi, che si sono abituati alla penombra fresca sottoterra. Per un attimo rimango come accecata, poi ricordo la paura che ho provato di sotto, di fronte a quell'enorme belva e a quello sconosciuto ragazzo e riprendo a correre, nonostante il mio tallone strilli di dolore. Spettro corre dietro di me, gli occhi accesi dall'eccitazione della corsa. Arrivo a casa nella metà del tempo che impiego di solito e esito un attimo prima di entrare. Mi dipingo sul viso una maschera d'indifferenza, anche se il mio cuore continua a martellare sia per l'irrazionale paura che per lo sforzo fisico.
Quando entro in casa mi tranquillizzo leggermente. I rumori sono familiari, il ronzio del frigo, il berciare della TV nel salotto, un mestolo di legno contro un tegame di ferro. Mi tolgo la borsa a tracolla e la poggio in un angolo. La zia verrà a sgridarmi fra dieci minuti, dicendomi di tenere le mie cose in ordine in camera mia. Io risponderò mugugnando ma ubbidirò. Tutto assolutamente normale.
Mi affaccio furtivamente all'ingresso del soggiorno, dove come al solito c'è Josie, che sta guardando i Simpson. Sono ancora un po' agitata e il tallone urla vendetta, perciò voglio salire subito in camera mia, per tranquillizzarmi e magari mettere una pomata. Josie non fa mai storie, principalmente mi lascia in pace quando mi vede distante come ora. Per questo passo sempre dal soggiorno quando c'è solo lei, e non attraverso tutto il corridoio, sul quale si affaccia la cucina. Se la zia non è in soggiorno è sicuramente in cucina, mi vedrà passare e inizierà a rompere. Magari non a sgridarmi, ma a fare le domande curiose che fanno tutti i genitori, ma che io detesto.
Attraverso il soggiorno, assumendo la solita andatura composta e silenziosa. Quando passo davanti al televisore i pixel impazziscono e si sdoppiano, dando vita a un gioco di colori anomalo.
Josie sospira. – Vuoi fondere anche questo?
Digrigno i denti. – Guarda che non è mica colpa mia. Ci sarà semplicemente una perdita di segnale.
- Si, e l'altra volta cosa c'era? Una bomba atomica virtuale?
Josie si riferisce a qualche mese fa, quando durante un'accesa discussione con la zia la TV della cucina è esplosa. Trasmetteva immagini su un servizio sulla Casa Bianca, quando lo schermo è esploso. Josie dice che è colpa mia.
Il fatto è che gli oggetti elettronici vanno in tilt quando ci sono io. I pixel si bruciano e le memorie si cancellano, i collegamenti fondono e gli schermi esplodono.
- Coincidenze. – dico, a me stessa e a Josie, ribadendo la teoria preferita della zia.
Infatti la cosa non succede sempre. Ho anch'io un mio computer, come la maggior parte degli adolescenti del mondo, e non è mai esploso. Uso tranquillamente l'mp3 nel cellulare e le cuffie, faccio zapping alla TV. Sono assolutamente normale.
Esco dal soggiorno senza aggiungere altro. Appena giro verso le scale sento la TV riprendere a trasmettere normalmente.
- Lui non ha detto scienza! – dice Bart. – Ha detto... pista cacchio!
- Mmmm... – mugola Homer. – Pistacchio...
Ridacchio e riprendo a salire le scale. Apro la porta di camera mia e mi butto sul letto.
Sono le cinque meno venti, Elisabeth dovrebbe arrivare fra ben cinquanta minuti. Rotolo a pancia su. Troppo tempo. Per quanto abbia paura e odi le feste, temo di più i pensieri che potrebbero venirmi ora.
''Mi chiamo James, ma tutti mi chiamano Jam.''
Mi alzo, pesco la scatola di scarpe in cui tengo i CD da sotto il letto e ne pesco uno a caso, poi lo metto lo stereo. Che si accende e fa girare il disco normalmente, tzè Josie. Premo il tasto per mandare avanti un numero imprecisato di volte, in modo che la scelta della canzone sia assolutamente casuale.
Dalle prime note capisco subito che è Yesterday. La voce di Paul McCartney inizia, delicata e dolce, alta. All'inizio si sente solo la chitarra che lo accompagna, poi, sul suddenly partono i violini, lenti e commoventi, che però non coprono il rumore della porta, che si apre. E' Josie, che non dice una parola e si siede affianco a me sul letto. Ascolta con me e io sono felice. C'è Josie, la ragazza con cui sono cresciuta, che mi ha fatto da sorella maggiore, da amica, da pouncing bull... niente può intristirmi, stressarmi o spaventarmi, se c'è lei. Abbiamo un rapporto intensissimo, più intenso di quello con lo zio, con la zia, persino di quello con Elisabeth.
Le ultime note si concludono, sfumando leggermente e io blocco lo stereo, per non far partire altro, per non rovinare quel momento.
- Adoro questa canzone. – dice Josie, sorridendo dolcemente. Io le siedo accanto e la abbraccio. Mi restituisce l'abbraccio, forse un po' sorpresa, ma comunque affettuosa. – Ce l'hai con me per via della festa?
- Un po'... ma non tanto.
- Allora stasera cercherai di divertirti?
- Posso sbronzarmi? – chiedo, facendola ridacchiare
- Solo se posso anch'io. – risponde, stupendomi. Mi immaginavo un'assoluta proibizione, ma Josie... è Josie. Non mi nega quasi nulla e non mi negherà nulla la sera del mio compleanno.
- Che mi hai regalato? – le domando, in parte per reale curiosità, in parte per continuare a tenermela accanto, sia pure per chiacchierare.
- Quattro ragazzi! – risponde ridacchiando.
Sgrano gli occhi, ma lei non può vedere, siamo ancora abbracciate. – Scherzi?
- In parte... ma sarebbe ora che ti innamorassi anche tu, come tutte le comuni mortali.
Sbuffo e decido di cambiare argomento, prima che la cosa sfoci in una discussone. La cosa inizia a irritarmi, è la seconda volta che mi tirano fuori questa storia oggi. Non mi viene in mente nient'altro da chiedere però.
''Mi chiamo James, ma tutti mi chiamano Jam.''
Oh no, non questo. Ma ormai l'idea mi è entrata in testa. – Conosci un certo... James?
Josie mi guarda incuriosita. – James? Non mi pare...
Cerco di spingerla a ricordare. – Magari un nostro parente... un lontano cugino?
Josie sgrana gli occhi. – Non abbiamo nessun parente di nome James... James non è un nome comune né America né in Italia, perciò se lo conoscessi me ne ricorderei subito.
Non aggiunge altro. Non mi chiede chi è. Sa che non è qualcuno di cui mi ha parlato lo zio, perchè se così fosse lo conoscerebbe anche lei. So che pensa che sia qualcuno che ho conosciuto quando vivevo con i miei genitori e lei non mi chiede mai di quel periodo. Ha molto tatto, a volte troppo. Se mi chiedesse di parlarle della zia che non ha mai conosciuto lo farei. A lei non lo negherei mai.

*

Scendo dall'auto gialla sbattendomi la porta alle spalle. Salgo sul marciapiede e mi dirigo verso casa di Cassandra. Faccio girare l'anello di ferro delle chiavi attorno al dito, canticchiando Candyman a mezza voce. Percorro il vialetto del giardino e il grosso lupo bianco, sdraiato sotto un albero del giardino mi studia circospetto. Fa per ringhiare, poi si tranquillizza improvvisamente. Chissà cosa pensa, se è geloso, se è affezionato anche a me.
Procedo verso la porta e suono il campanello. Guardo l'orologio. Sono in anticipo di mezz'ora, ma non fa nulla. Tanto Cassandra starà dormendo, in pigiama, senza la minima idea di che giorno sia oggi o di che sia venuta a fare.
E invece è proprio lei a venirmi a aprire. Vestita e sveglia, con uno sguardo contrariato dipinto in viso. Evidentemente l'ho interrotta ancora mentre guarda Nowhere Boy o Love Actually. E' sorprendente quanto le piaccia Love Actually, considerata la sua acidità e il suo odio per le relazioni sentimentali.
- Ciao! – dico sorridendo. ''Mi stai prendendo per il c***?'' chiede la sua faccia. E' talmente traboccante di sdegno che non mi trattengo dal ridere. – Si, sono in anticipo.
- Vedo. – dice e mi fa entrare. La casa è attiva, dalla cucina proviene il rumore dei piatti che vengono lavati e l'aria sa di qualcosa di buono che cuoce.
Cassandra cammina svelta e vedo che zoppica leggermente. Magari è caduta da qualche parte, cosa che le succede sempre e ovunque. Non andiamo in soggiorno per spegnere la TV, come mi sarei aspettata. Saliamo al piano di sopra e entriamo in camera sua. La musica esce da uno stereo per terra vicino all'armadio, a basso volume. Per una volta non sono Beatles, è musica classica, violini e pianoforte. Cassandra mi piace per questo: è dura, ma è anche gentile, è scontrosa, ma simpatica, ama il rock ma anche il classico. Ti prende sempre di sorpresa, ma allo stesso tempo può diventare estremamente prevedibile. Certe volte le leggo praticamente nel pensiero, a volte mi è totalmente estranea. Come è successo stamattina.
Non capisco perchè appena le parlo di ragazzi si innervosisce e diventa dura e fredda. o quantomeno, lo fa se le parlo di ragazzi coinvolti in relazioni sentimentali che la riguardano. Quando le parlo di qualche ragazzo che ho conosciuto io non si fa problemi, mi ascolta e da pure qualche consiglio.
La camera è più ordinata del solito: il letto è fatto, i vestiti sono appesi all'attaccapanni, i quaderni sono allineati nella libreria e non ci sono scarpe in giro. Dev'essere sicuramente passata Josie, Cassandra e l'ordine sono due cose completamente estranee. Che poi, se parliamo di libri e DVD sono sempre ordinatissimi, sistemati secondo l'altezza nella libreria di legno. L'ho detto, Cassie è strana.
Si siede sulla sedia di fronte alla scrivania e mi guarda. – Che mi devo portare?
Sorrido. Ormai si è rassegnata e forse ha anche accettato l'idea che potrebbe divertirsi. – Dunque, stasera dormi da me, quindi prendi spazzolino e pigiama. Magari un paio di orecchini che vuoi mettere stasera, per il resto a casa ho tutto. Ho già scelto un paio di look che potrebbero starti bene, con il relativo trucco e le scarpe.
Fa una smorfia, ma non domanda nulla. Sa che ho già organizzato tutto con i suoi zii, non ha bisogno di chiedere conferma, mi conosce troppo bene. – E i tuoi genitori?
Il mio sorriso si allarga. – Sono partiti ora per andare dalla zia Kim, e torneranno domenica sera. Perciò abbiamo tuuuutto il weekend a disposizione.
- Fine settimana. – borbotta Cassandra, sicuramente in italiano.
- Eh?
Sospira. – Niente. – si alza, prende una sacca e ci ficca qualche vestito preso dall'armadio, va in bagno e torna. Si infila le scarpe e mi fa cenno verso la porta, dopo aver spento lo stereo. La seguo canticchiando, già pensando a questa sera. Immagino la faccia di Cassandra quando vedrà la sorpresa di Josie, ma so già che sarà esaltata dalla musica e non da... altro.
Cassandra si affaccia in cucina e saluta la zia, che le schiocca un bacio allegro, strappandole un leggero sorriso. Josie non si vede, forse è uscita, o si sta già preparando. Usciamo di casa accompagnati dai cinguettii allegri della zia di Cassie, che è felice che almeno una volta la nipote si diverta. Sembra ignorare quante probabilità statistiche affermano che Cassandra si sbronzerà e non sarò certo io a dirglielo. In giardino Cassandra chiama Spettro con un fischio sommesso e il lupo bianco si alza e si scrolla, per poi accodarsi a noi. Mi sembra si scorgere qualcosa di rosso scuro sul pelo candido, ma sicuramente la luce mi ha fatto un brutto scherzo.
- Ti rendi conto che manca solo un mese alla fine della scuola? – chiedo retoricamente aprendo la portiera della macchina. Salire nel posto del guidatore mi procura ancora un certo imbarazzo, perchè per poter vedere decentemente oltre il volante ho bisogno di un rialzo di polistirolo. Cassie apre quella del passeggero e Spettro sale, infilandosi dietro, solleticandomi il naso con la sua coda pelosa, poi prende posto al mio fianco.
- Sarà sempre troppo. – sbuffa lei, mentre metto in moto.
Ho imparato a guidare circa due mesi fa, dopo aver compiuto sedici anni sono stata svelta a studiare e a dare l'esame. Non vedevo l'ora di poter guidare. Avere la patente significa essere in qualche modo completamente libera. Potrei anche decidere di scappare di casa, rubare la macchine e andare... arriverei fino al confine. Più in là non potrei andare, minorenne e fuggitiva, però è una bella sensazione sapere che resto con i miei genitori, vado a scuola, studio, faccio quello che faccio perchè lo voglio fare, non perchè sono obbligata. Lo faccio perchè sono cosciente dell'importanza che ha, non perchè sennò mamma si arrabbia con me. Cioè, mamma si arrabbierebbe comunque con me, però... non so se mi spiego.
Cassandra affianco a me guarda fuori dal finestrino. Fra di noi c'è uno di quei silenzi leggeri, che non hai bisogno di riempire. In quei momenti possiamo semplicemente guardarci negli occhi, non abbiamo bisogno di parole. Quei momenti sono anche i più sinceri: Cassie è tranquilla e risponde sempre alle mie domande, per quanto pesanti possano essere. Così mi arrischio a fare la domanda che mi ha tormentata per tutto il pomeriggio. – Cassie?
Mi guarda. Continuo a guardare la strada, ma avverto il suo sguardo. – Che c'è?
- Perchè ti rifiuti di cercarti qualcuno con cui stare?
Ha capito. Sa che non alludo a semplici amici. E capisco anche, dall'atmosfera fra noi, che stavolta mi risponderà. – Stavi pensando al silenzio, qualche secondo fa – Annuisco, senza stupirmi. A volte ci leggiamo semplicemente nel pensiero, l'ho detto. – I silenzi imbarazzanti. Perchè sentiamo il bisogno di riempire il silenzio con cazzate?
- Intendi un ''noi''...?
- Generale. Noi esseri umani.
- Non è sempre così. Non fra noi. Non con Josie.
- Bene! – dice sarcastica. – Allora se mai vorrò sposarmi ricordami di chiedere la mano di Josie. Do' per scontato che la tua sarà già impegnata.
Mi concedo una risatina, accompagnata poco dopo da quella di lei. – Anch'io non ho mai sperimentato la sensazione di un silenzio... ''puro'' con qualcuno, se non con te, Alec e la mamma... però questo non è un elemento rilevante nelle mie relazioni. – Freno davanti a un semaforo giallo. Credo di essere l'unica in tutta New York a seguire la regola ''davanti al giallo ci si ferma''.
- Tu sei tu, Elisabeth. Sei allegra e spontanea, sei carina e nessuno può fare a meno di adorarti. Sai mettere a loro agio le persone. Io invece se non mi trovo a immediatamente a mio agio con una persona non c'è nulla che possa dire per cambiare la situazione. E a me non piace parlare. Quindi un bel silenzio, puro come lo chiami tu, per me è fondamentale. I silenzi imbarazzanti mi fanno pensare che io non ho niente da spartire con gli altri.
- Questo è un po' presuntuoso. – le faccio notare.
Cassie non risponde subito. – Aveva i capelli neri.
- Cosa?
- Mia madre. Aveva i capelli neri e gli occhi azzurri. Le piaceva il suono del pianoforte e odiava il flauto. Lo trovava stridulo e stonato. Amava gli scacchi. Tanto. Era italiana, ma ricordo che parlavamo molto inglese, anche se non so perchè. Lo parlavamo assieme, io e gli altri.
Mi arrischio a lanciarle uno sguardo. E' perfettamente impassibile. Unico gesto che tradisce quanto sta male sono i denti serrati sul labbro inferiore. Accosto. Siamo arrivati proprio davanti a casa mia ormai. Mi sporgo e l'abbraccio. – Mi dispiace, Cassie. Non dovevo.
So che in parte è colpa mia, perchè è vero che lei non ha molto da spartire con i nostri coetanei. Nessuno capirebbe cosa prova, a stento lo capisco io. Non posso neanche immaginarmi come sarebbe perdere non solo mia madre, ma anche mio padre.
Si scosta dall'abbraccio per guardarmi negli occhi e mi sorride. – Non è colpa tua. Sono io che sono una scoppiata del c***. Oggi sono di umore strano. Peggio degli altri giorni. E poi è davvero presuntuoso da morire dire che non ho nulla da spartire con gli altri, sono anch'io una adolescente americana e probabilmente, anzi sicuramente, ho anche io i miei momenti di idiozia profonda. Come questo.
Sorrido anch'io. – Be', forse non proprio americana. Comunque ora capisco.
Scendiamo dall'auto, con Spettro che ci segue. Uggiola a disagio guardando Cassandra, poi quando la vede sorridere si tranquillizza.


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Andavo a guardare le stelle sul tetto di casa. Mia madre mi rimproverava sempre dicendo che prima o poi sarei caduto e nel migliore dei casi mi sarei rotto una gamba, ma a me non importava. Neanche a Thomas importava. http://www.eragonitalia.it/postt15626
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MessaggioInviato: 19-06-2012, 11:35

Rispondi citando

:cry: Povera Cassy.
Bello il mezzo capitolo dal punto di vista di Elizabeth!! Conferma l' amicizia che c' è tra di loro, se si può dire così.
Bene, James mi sta ufficialmente sulle balls. Lui e Cagnaccio... dry Ma me li farò piacere, giuro.
Invece non sospettavo del grande legame fra Cassy e Josie...
Ora devi scrivere alla velocità della luce perchè devo sapere subito cosa succede alla festa.
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